Festival Internazionale del Film di Roma 2012: la grazia dell’orrore secondo Ivan Vyrypaev

Un fotogramma da "La danza di Deli" di Ivan Vyrypaev

ROMA – A due giorni dalla fine della settima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, possiamo dirlo: la sezione in Concorso, ancora una volta, si conferma presumibilmente la più scarsa, cedendo nuovamente il passo alla definitivamente elogiabile Cinemaxxi (ex L’altro Cinema) per il sempre sveglio impegno nell’ambito della consolidata attenzione in termini di ricerca cinematograficamente linguistica. Il che non vuol dire, naturalmente, assenza di contenuto. Anzi.

Tra le altre cose, dopo le consuete genialità alle quali, da trenta e più anni, ci ha ormai abituato quel maestro che è e sempre sarà Peter Greenaway (grazie al suo ennesimo capolavoro Goltzius and the Pelican company), l’altrettanto fondamentale sperimentalismo psico-visivo di Amos Poe per A walk in the park e gli esperimenti strutturali di pre-produzione del Paul Verhoeven di Steekspel, dalla Russia arriva anche il bravissimo drammaturgo e regista (di estrazione teatrale, e si vede)  Ivan Vyrypaev con lo splendido La danza di Deli (Dehli dance), film costruito sulla base di sette cortometraggi mai, però, pensati come elementi separabili dal contesto, anzi obbligatoriamente assimilabili come un unico corpus narrativo (malgrado i normali e comprensibili rischi di frammentarietà) allo scopo di maturare, dentro, il reale senso concettuale che naviga ben oltre il film stesso.

Con tanto di reiterati titoli di testa e coda per ogni episodio (a suon di minime differenze di grafica ludica), le sette storie vertono sempre e unicamente su una tematica di fondo: la capacità, più che altro la speranza vivamente attiva, di fare di ogni forma di tragedia, sia essa storicamente collettiva che intimamente personale, il fulcro principale dello sviluppo di sentimenti come bellezza, gioia e amore.

Una famosa ballerina (interpretata dalla indovinatissima grazia di Karolina Grutszka, meglio nota al mondo intero come la “vera” protagonista di quello che, ad oggi, è l’ultimo lungometraggio firmato David Lynch, ovvero INLAND EMPIRE),  nonché inventrice di una danza letteralmente mozzafiato, le cui gesta derivano dalla trasformazione dei sentimenti di puro orrore provati da lei stessa nella fangosa realtà umana di Deli, cerca di spiegare ad un’amica, nell’unico luogo profilmico di una sala d’attesa ospedaliera, il motivo per cui, alla appena ricevuta notizia della morte della madre, non riesce a provare dolore, dimostrando l’effettivo risultato delle sue esperienze personali in termini di elaborazione interiore. Dato di fatto: assimilare questo elemento in maniera unicamente narrativa non serve assolutamente a niente, perché già a partire dal secondo episodio non tanto i ruoli quanto (appunto) per percezioni (che determinano le rispettive caratteristiche) dei singoli individui vengono invertite, anzi distribuite: la madre risulta non morta ma in fin di vita o cinicamente pessimista, la moglie di un amico (in tutto sono quattro i personaggi, più un quinto immaginario) suicida per la relazione tra questi e la danzatrice, l’amica prima addolorata per la morte della madre della danzatrice e poi capace di non provare dolore come la giovane in principio. E così via. Il fine principale di una messa in scena prettamente teatrale (ai limiti del Brecht più introspettivo immaginabile), dunque, è puramente extra-testuale e verte su argomenti talmente universali (come vita, morte, dolore, gioia, orrore, bellezza) da rischiare di essere fin troppo grande per la piccolezza inumana che azzanna le viscere di comportamenti, percezioni e riflessioni contemporanee.

L'autore e regista Ivan Vyrypaev

Ci si rende ovviamente conto che un simile argomento rischia, senza nemmeno troppe difficoltà di sorta (specie se si mette in gioco, a fungere da esempio degli esempi, uno dei dolori più laceranti della storia dell’umanità come Auschwitz, con tutta la sua inenarrabile dose di crudeltà demoniaca pura insita in quell’epoca), di compromettere, agli occhi di una critica globale mai così fredda come in questa barbaricamente arida epoca, forse la stessa reputazione legata all’autore in questione. Ciò che, invece, è da considerare in funzione primaria è una catarsi metadiscorsiva di cui il film, in sé, si fa portatore per azzardare (riuscendoci benissimo) il fondamentale tentativo di far riflettere, sì, ma non strappando lacrime o marchingegnando meccanismi da accademia per business pseudoartistico; bensì, offrendo all’essere umano nient’altro che sé stesso. Né più, né meno.

Decodificare e, quindi, comprendere ma, più di tutto, vivere ciò che dalle parole (più che dalle immagini) di Vyrypaev fuoriesce e si innalza a vera e propria potenziale soluzione emotiva intergenerazionale, può voler significare comprendere la propria indole autodistruttiva per tamponare almeno qualcuno degli scempi sia fisici che morali trasformati nel tempo in amaro pane quotidiano.

Circa cinque minuti di applausi, allora, potrebbero anche lasciar intendere qualcosa di positivo. Malgrado almeno duemila anni di storia alle spalle continuino, inesorabili, ad ostacolare ogni percorso possibile.

Stefano Gallone

[youtube]http://youtu.be/SYhbY-RLNks[/youtube]

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