Festival di Venezia: focus sui concorrenti meno noti

VENEZIA – Ventun registi provenienti da altrettanti angoli del globo. Su metà di loro campeggiano punti di domanda: chi sono? Cos’hanno fatto finora nella vita? In attesa dell’ultimo concorrente, il classico film sorpresa di ogni anno, vale la pena approfondire gli autori meno blasonati che lotteranno per il Leone d’oro fra poche settimane.

 

Lo svedese Tomas Alfredson

Il più noto fra i meno noti è lo svedese Tomas Alfredson, diventato celebre oltrepatria con Lasciami entrare, gioiellino da cui è già stato tratto un remake made in Usa (Let Me In, di Matt Reeves). Alfredson è in gara con Tinker, Tailor, Soldier, Spy, sua prima opera in lingua inglese. Le premesse lasciano ben sperare: soggetto tratto da John le Carré, cast di primissimo ordine: Gary Oldman, John Hurt, Colin Firth, Ciarán Hinds, Mark Strong.

Wuthering Heights porta invece la firma di Andrea Arnold, regista britannica. La sua carriera decolla nel 2005: con il corto Wasp fa incetta di riconoscimenti per il mondo fino ad agguantare l’Oscar. Si aggiudica poi due Premi della Giuria a Cannes: per Red Road (lungometraggio d’esordio) e Fish Tank, miracolosamente distribuito in Italia la scorsa estate. Una regista matura dal prezioso sguardo immacolato, intenta a scandagliare il lato più intimo della femminilità. Possibile che la Arnold trovi definitiva consacrazione a Venezia dopo gli allori raccolti nel mondo lo scorso lustro; se Wuthering Heights terrà il passo delle opere precedenti può leggittimamente puntare a qualcosa di grosso.

Ami Canaan Mann, figlia di cotanto padre Michael, è al lungometraggio numero 2 in carriera. Concorrerà con Texas Killing Field, thriller interpretato da Sam Worthington e Jessica Chastain. Essendo la sua opera prima pressochè ignota e irrintracciabile, impossibile disporre di elementi su cui fondare aspettative. Non resta che lasciarsi stupire: buon sangue non mentirà.

Ann Hui corrisponde alla classica figura di cineasta acclamata in patria (Hong Kong) e ignota altrove, o perlomeno dalle nostre parti. Attiva da fine anni Settanta, ha all’attivo due dozzine di lungometraggi per una carriera senza tabù: trasposizioni, cinema di genere, opere impegnate, temi di ogni sorta. Vale la pena sperare che il film con cui concorre – Taoje (A Simple Life) – possa mettersi in luce così da consentire divulgazione e riscoperta della sua filmografia. Il cast pesca dal fior fiore del firmamento orientale: Andy Lau, Deanie Ip, Anthony Wong e perfino Tsui Hark.

Eran Kolirin, israeliano, ottenne discreta popolarità nei circuiti festivalieri per La banda, datato 2007. In Italia uscì in una manciata di sale e le poche recensioni reperibili al riguardo sono tutte entusiastiche. Al Lido il regista presenterà Hahithalfut (The Exchange).

Yorgos Lanthimos è – almeno a prima vista – il tipico autore “da festival”, nel senso più benevolo. Con Alpeis terrà alta la bandiera greca a Venezia, cercando di bissare e magari migliorare il successo ottenuto la scorsa edizione dal connazionale Attenberg (coppa Volpi alla protagonista). Lanthimos è regista di cinema e teatro; Kynodontas vinse il premio Un Certain Regard a Cannes 2009 e ricevette la nomination come miglior film straniero all’ultima edizione degli Oscar. Premesse che fanno della sua nuova pellicola una delle più gettonabili sulla carta in previsione del toto-Leone.

Steve McQueen – niente a che vedere con l’attore leggenda – è l’unico statunitese a secco di fama tra quelli in concorso. Regista, ma anche scultore e fotografo. Ha vinto una Caméra d’Or a Cannes per Hunger (2008). Concorre con Shame, protagonisti Michael Fassbender e Carey Mulligan.

Un nome già meno ignoto ma non abbastanza conosciuto da queste parti è quello di Sion Sono, che presenterà Himizu. Giapponese, poeta oltre che regista, mente decisamente fuori dal comune. Alla Mostra dello scorso anno partecipò nella sezione Orizzonti con lo stupefacente Cold Fish: un lucidissimo e sconcertante dramma affogato nel sangue che – c’è da scommetterci – Tarantino non avrebbe esitato un istante a premiare, se il film fosse stato presentato nella selezione ufficiale.

Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi

Wei Te-Sheng, taiwanese classe ’69, concorrerà con Seideke Bakai (anche noto come Seediq Bale). Un’incognita assoluta: di lui si sa solo che detiene il secondo maggior incasso nella storia del boxoffice del suo paese. Informazione vaga ma perlomeno curiosa, dato che in zona Festival non concorrono così di frequente i campioni del botteghino.

Su Gian Alfonso Pacinotti, in arte Gipi, che dire? Sorpresa a parte, fa senz’altro piacere trovare un nome talmente estraneo in un contesto altolocato come quello del festival lagunare. L’ultimo terrestre è tratto da una graphic novel di Giacomo Monti. La trama semplice e folgorante sembra perfetta per essere filmata, oltre che partorita, dallo sguardo di un fumettista. Chissà che non ne esca un piccolo cult.

Mathias Falcone

foto contattonews.it; images.movieplayer.it;  www.loschermo.it

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