Festival del cinema di Berlino: il ricordo di River Phoenix nel postumo Dark Blood

Festival del cinema di Berlino

Il compianto River Phoenix in una scena del postumo "Dark Blood" (foto: guardian.co.uk)

BERLINO – Era il 1993 quando il “bello e dannato” River Phoenix, fratello di Joaquin (in gara come miglior attore per The master alla prossima notte degli Oscar), lasciava questo pianeta a causa di una fulminante overdose. Poche ore prima di spirare, lo stesso Phoenix aveva espresso il suo desiderio di non ricoprire più ruoli da “faccia d’angelo” per tentare di esplorare qualcosa che potesse fare della sua figura un elemento potenzialmente versatile e utile anche a cause sostanzialmente meno delicate. Il suo punto di svolta sarebbe dunque arrivato grazie alla guida di George Sluitzer per il suo Dark Blood, rimasto, però, incompiuto proprio a causa della scomparsa dell’attore, almeno prima di essere ripreso esattamente vent’anni dopo, completato a fatica con un rigorosissimo recupero di materiali prossimi alla macerazione e riproposto, nell’attesa generale, alla 63° edizione del Festival del Cinema di Berlino.

Quanto al duro lavoro portato avanti in sede di rimontaggio, è lo stesso Sluitzer a confermare che «il film era una sedia con tre gambe: io ho cercato di aggiungere la terza, anche se la quarta sarà persa per sempre. Resterà comunque in piedi un film incompiuto». Nella pellicola, Phoenix interpretava uno scapestrato meticcio dell’Arizona artefice e provocatore di un weekend di puro terrore che una tranquilla coppia (Jonathan Pryce e Judy Davis) avrebbe voluto trascorrere proprio nella sua zona di residenza, la riserva indiana degli Hopi.

Naturalmente, più che sul film in questione, la memoria resta incentrata sulla figura del compianto attore e su quella maledetta notte al Viper Club di Los Angeles (tra i cui comproprietari figurava anche Johnny Depp), durante la quale fu proprio il fratello Joaquin a tentare, invano, di soccorrerne il corpo esanime e rivolto sull’asfalto ormai senza respiro, mentre tutto intorno, una serie di passanti intimoriti non lo avevano nemmeno riconosciuto in preda al panico e nell’attesa di un’ambulanza con il fratello quasi già cadavere. Alla morte di River Phoenix fu subito associata quella di James Dean, anche se questo elemento convive con un altro fatto sostanziale: la sua morte, quel 31 ottobre 1993, avvenne in concomitanza, e per questo fu oscurata, da quella contemporanea di Federico Fellini. Nel ricordo della sua figura sul set delle riprese per il film, Sluitzer, reduce da quattro lunghissimi anni di raccolta materiali per la riunificazione di uno stentato 75% di pellicola, afferma: «Avevo mal di testa e non riuscivo proprio a raccontargli il film. Lui andò a comprarmi l’aspirina. Dissi che ero vecchio per lavorare con un ragazzo: mi rispose che ammirava la saggezza di chi ha più anni».

Festival del cinema di Berlino

Locandina di "Viktor und Viktoria", film di punta per la retrospettiva The Weimar touch (foto: en.wikipedia.org)

Su un’altra sponda, sembra aver ottenuto successo la retrospettiva The Weimar touch. Il programma ha unito, nella sostanza, produzioni cinematografiche austriache, tedeschi e ungheresi successive alla salita al potere di Hitler evidenziandone molto bene quasi tutti gli aspetti che avrebbero influenzato le successive modalità di produzione filmica locale. Stando alla datazione delle pellicole ripresentate, si era da poco avuto l’avvento del cinema sonoro e l’influenza sul resto del cinema europeo e, soprattutto, statunitense fu molto più potente rispetto alle meno possenti contaminazioni stilistiche in epoca di muto. Sono state presentate, quindi, sia pellicole originali che, soprattutto, una serie di potenzialmente definibili remake come First a girl di Victor Saville (derivante da Viktor und Viktoria di Reinhold Schunzel) o titoli classici direttamente ispirati, in senso stilistico, al cinema tedesco o posti in essere da suoi “espatriati” come, su tutti, il cult Lettera da una sconosciuta di Max Ophuls.

Dal momento che, comunque, ci si avvicina alla premiazione finale (prevista per la serata di sabato 17 febbraio), cominciano a circolare, riguardo i film in concorso, i primi nomi dei probabili vincitori. Sembra essere, quindi, molto quotato, tra gli altri, il film Gloria del cileno Sebastian Lelio: la pellicola narra le vicende della quasi sessantenne divorziata Paulina Garcia, donna con, in suo possesso, solo una casa vuota e due figli grandi da dover continuare ad accudire. Secondi in graduatoria di preventivo sondaggio critico, invece, Steven Soderbergh con Side effects e Camille Claudelle di Bruno Dumont.

(Foto: guardian.co.uk / msnlatino.telemundo.com / en.wikipedia.org)

Stefano Gallone

@SteGallone

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