Festival di Berlino: grande attesa per la consegna dell’Orso d’oro

Macondo, film presentato in concorso al Festival di Berlino

Macondo, film presentato in concorso al Festival di Berlino

La competizione ufficiale della sessantaquattresima edizione del Festival di Berlino si è ufficialmente chiusa con la presentazione di Macondo di Sudabeh Mortezai e di The little house di Yoji Yamada, le ultime due pellicole in concorso.

ESSERE PROFUGHI AD UNDICI ANNI - Macondo è un ghetto della periferia della capitale austriaca di Vienna, ospitante circa tremila profughi di guerra che hanno esercitato il diritto di asilo. Tra queste innumerevole persone, la regia del film accende la luce su una famiglia cecena, composta da un bambino di undici anni, Ramasan, due sorelline e la mamma vedova a causa della guerra. Ramasan è la forza del film ed è il protagonista della storia, costretto a vestire i panni di uomo di casa e a maturare in un tempo innaturale; a lui il destino ha strappato brutalmente il diritto all’infanzia e alla spensieratezza, costringendolo ad occuparsi della sua famiglia distrutta dal conflitto armato, e a portare sulle sue spalle responsabilità per lui ancora troppo grandi.
La pellicola, raccontando con drammaticità ma anche con l’ingenuità che, nonostante tutto, è propria dei bambini, si pone su un duplice livello narrativo, raccontando la difficoltà dei bambini e delle famiglie vittime della guerra e, allo stesso tempo, ponendo l’attenzione sulle condizioni di vita nei ghetti e negli appezzamenti terreni destinati ai profughi. L’impostazione documentarista del film agevola la trasposizione reale degli avvenimenti, coadiuvati da un’interpretazione autentica degli interpreti, selezionati in una cernita di attori non professionisti. Sudabeh Mortezai sceglie come luogo del suo racconto l’Austria e, in particolare, il quartiere di Simmering, ma la sensazione è che quell’angolo di società sia esistente in ogni parte del mondo, costretto a fare i conti con persone fuggite dalle terribili realtà dei loro territori e costretti a fare i conti con un’identità e un’appartenenza patriottica e culturale distrutta.

Una scena del film The little house

Una scena del film The little house

L’AMORE AI TEMPI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE - Se Macondo racconta la storia di persone dilaniate e fuggite dai conflitti armati, che resta comunque un fattore costante e perennemente presente nel film, se non altro per le tangibili conseguenze, The little house si svolge proprio sullo sfondo del teatro di guerra. Il regista Yoji Yamada rilegge e reinterpreta il romanzo di Kyoko Nakajima e lo porta sul grande schermo per raccontare una struggente storia d’amore, vissuta durante i sanguinosi tumulti della Seconda guerra mondiale.
La trama prende vita all’interno di un’abitazione familiare, luogo sicuro e caloroso, dove vivono moglie, marito, figlio e la loro cameriera Taki. La stabilità affettiva viene interrotta dall’arrivo di un giovane e affascinante artista, Shoji Itakura, che raccoglie immediatamente l’attenzione della giovane cameriera e della padrona di casa, Tokiko. Questo vortice ambiguo, amoroso e passionale è destinato a mettere in crisi le relazioni familiari, minate già pericolosamente dalle battaglie che si stanno combattendo al di fuori delle mura casalinghe. Il film mette così in scena un dramma umano, in cui si intrecciano inesorabilmente conflitti reali ed onirici, narrati con un’incredibile eleganza ed un ritorno alla classica austerità giapponese riscontrabile nell’attenzione registica di Yoji Yamada, uno dei più grandi artisti della cinematografia del Giappone del ‘900.

FILM E LETTERATURA - Conclusosi il concorso ufficiale della Berlinale, le altre sezioni del Festival hanno completato la giornata di ieri con delle interessanti pellicole strettamente connesse al mondo della letteratura.
La prima di queste porta il chilometrico titolo de Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve, girato da Felix Herngren, e tratto dall’omonimo romanzo di Jonas Jonasson. Libro e film raccontano le vicissitudini, avventurose e divertenti, di Allan Karson, centenario che decide di scappare dalla casa di riposo. In tenuta da ospizio, tuta e ciabatte, il protagonista vivrà delle rocambolesche e grottesche avventure, suscitando nello spettatore un’irresistibile riso e proiettandolo in un’avventurosa favola.
E sempre di libri e letteratura parla Martin Scorsese, in collaborazione con David Tedeschi, nel documentario The New York Review of Books, viaggio attraverso la nota rivista americana, teatro di storici cambi politici e culturali e oggetto di numerose discussioni, positive e meno, di grandi autori come Noam Chomsky, Susan Sontag e molti altri.

Boyhood, film favorito alla vittoria finale

Boyhood, film favorito alla vittoria finale

PRONOSTICI PER LA VITTORIA FINALE – Questa sera verrà annunciato il titolo del film che si aggiudicherà l’ambito riconoscimento dell’Orso d’oro. È quindi inevitabile che critica, web e pubblico abbiano scatenato il classico totonomi per indovinare quale sarà il film vincitore. Tra i favoriti spicca Boyhood dello statunitense Richard Linklater, di cui ha colpito l’intensità del racconto e, indubbiamente, il coraggio e la particolarità del progetto, durato per ben dodici anni. Molto apprezzato anche il film tedesco Kreuzweg di Dietrich Brüggemann, via crucis interiore e spirituale della giovane protagonista Maria, fedele alla dottrina cristiana e desiderosa di vivere secondo fede per raggiungere la giusta strada verso la redenzione, e la pellicola ’71 di Yann Demange, ambientata tra le strade di Belfast e dell’Irlanda del Nord insanguinata dalla guerra civile. Applausi a scena aperta per The Grand Budapest Hotel del geniale regista Wes Anderson.

Alessia Telesca

foto: berlinale.de

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