Fassina: le giravolte di un ex viceministro in crisi di partito

Fassina

Stefano Fassina (fai.informazione.it)

Povero Stefano Fassina. Il quarantasettenne deputato romano sta mostrando, ogni giorno di più, i sintomi della malattia che ormai da quasi un anno lo sta affliggendo: un chiaro disturbo dissociativo dell’identità. Prima l’emorragia cerebrale di Bersani e ora questo. Viene quasi da pensare che sia il Partito Democratico a portare sfiga ai suoi esponenti.

MAI LARGHE INTESE. ANZI SÌ - Erano i primi giorni del marzo 2013 e Fassina dichiarava a Canale5: «Noi non siamo disponibili a sostenere un Governo con il Pdl». Confermava a Radio24: «Non siamo disponibili ad alcun accordo con il Pdl. Se non ci sono le condizioni per fare un Governo di cambiamento con il M5S si deve tornare alle elezioni», «non siamo disponibili ad alcun accordo col Pdl, in qualunque forma venga presentato: Governo tecnico, del Presidente, di larghe intese». In un’intervista a Repubblica del 25 marzo confermava: «Un esecutivo con il Pdl è impensabile, chi alimenta questa prospettiva avvicina le elezioni», una soluzione di questo genere «non risponderebbe al voto degli elettori e allargherebbe il solco tra cittadini e istituzioni», il Pdl «non può sostenere un Governo del cambiamento».

Il 4 aprile insisteva: «Se avessimo voluto un Governo a prescindere avremmo raccolto l’offerta interessata del Pdl». Il 9 aprile a Radio Ies insisteva: «Non vedo condizioni per formare un Governo con il Pdl perché non basta fare un Governo, vogliamo fare un Governo di cambiamento», «possibilità di governissimo? Nessuna». E, soprattutto, rilasciò una dichiarazione che, a leggerla oggi, viene a dir poco da ridere: «Il nostro obiettivo primario è risolvere nodo del Presidente della Repubblica che non può essere barattato con la formazione del Governo». Peccato che poi vennero i fatidici giorni dell’elezione del Capo dello Stato, e Fassina si rimangiò tutto quello che aveva detto fino al giorno prima: «Una parte del nostro mondo non ritiene che si debba dialogare con il Pdl. So di essere poco popolare, ma credo che questo sia sbagliato».

Come tutti sanno, dal tradimento dei 101-120 nacque il Governo delle larghe intese fra Pd e Pdl. E indovinate chi fu nominato viceministro dell’Economia e delle Finanze? Il nostro eroe Stefano Fassina. Il quale poi difese arduamente l’esecutivo che voleva evitare a tutti i costi: «No al voto anticipato, perché andando a votare con questa legge elettorale avremmo una situazione di stallo come quella che abbiamo avuto a febbraio». La stessa legge, però, con cui si sarebbe andati a votare come inizialmente voleva lo stesso Fassina. Che fine avevano fatto il Governo del cambiamento e la mancanza di condizioni per formare un esecutivo con il centrodestra?

Fassina

Matteo Renzi (biografieonline.it)

RENZI L’ANTICRISTO - Solo su una cosa Fassina è sempre stato coerente, l’odio nei confronti di Matteo Renzi, definito «un altro unto del Signore» (7 marzo 2013), «irresponsabile» (15 aprile 2013). Per carità, è assolutamente legittimo pensare tutto questo del nuovo segretario del Pd. La cosa assurda, però, è che l’astio nei confronti del sindaco di Firenze ha portato Fassina a una nuova crisi d’identità. In un’intervista al Corriere della Sera del 18 gennaio diceva: «Il Governo non può più andare avanti», «il Governo Letta oggi è figlio di nessuno e dopo la direzione del Pd vedo un quadro assolutamente preoccupante.

La riunione della direzione ha confermato le ragioni per le quali sono arrivato alle dimissioni da viceministro e cioè, che non ci sono le condizioni politiche per andare avanti con il Governo Letta. Quando il segretario della forza più rilevante della maggioranza valuta come fallimentari i dieci mesi dell’esecutivo Letta, credo sia difficile avere dubbi. Le condizioni per andare avanti non ci sono più». Poi, intervistato recentemente da Matrix, fa capire che una nuova consultazione avrebbe solo conseguenze negative: «Le elezioni avrebbero un costo molto elevato, sia in termini economici che di credibilità».

QUEL MALEDETTO INCONTRO - Il meglio di sé, però, l’ha dato dopo l‘incontro fra Renzi e Berlusconi di sabato: «Da dirigente mi sono un po’ vergognato», «è stato un errore che non andava fatto». Ma come, non si è vergognato quando ha eletto il Presidente della Repubblica proprio con Berlusconi, non si è vergognato quando era viceministro di un esecutivo sostenuto da Schifani e Formigoni, non si è vergognato quando ha fatto l’esatto contrario di quanto aveva detto, e si vergogna adesso? E di tutti gli errori fatti da lui non ne vuole parlare?

PEGGIO DI PINOCCHIO - Per esempio la pessima figura rimediata sull’Iva. Il 23 giugno Fassina spavaldo diceva: «L’Iva non aumenterà», «cancelleremo lo scatto al 22%» e garantiva una «ricerca delle coperture adeguate». E fra le cose da fare, Fassina disse che «la più importante è evitare l’aumento dell’Iva». Ovviamente, poi l’Iva è aumentata. Ma a farne le spese sono stati i comuni cittadini, non certo Fassina. Il quale, in un paese normale, dopo questa sfilza di brutte figure non potrebbe più essere inquadrato da una telecamera senza una fragorosa risata di giornalisti e telespettatori. Ma per sua fortuna vive in Italia, quindi sarà ancora considerato un economista illuminato per tanti anni.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: giornalettismo.com; fai.informazione.it; biografieonline.it

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