Faith no more: ‘Sol Invictus’, l’attesa ripagata da un disco magnetico

sol invictus

La recensione di ‘Sol Invictus’, ultimo e super atteso lavoro discografico dei Faith No More. Lasciatevi rapire dal suo enigmatico fascino (blabbermouth.net)

Aspettare e saper attendere: è forse questa la morale celata nel nucleo di Sol Invictus,  ultimo disco dei Faith No More raggiante di nome e di fatto. L’uscita di Sol Invictus, prevista per il prossimo 19 maggio per la Reclamation Records, è un evento che ha infiammato la brama musicale dei milioni di fan della storica band di San Francisco che tanto ha condizionato le ondate rock/metal moderne.

SOL INVICTUS E IL RITORNO DEI FAITH NO MORE - Attivi dal 1982, i Faith No More hanno sfornato sei dischi enigmatici, a tratti avanguardistici ma comunque memorabili, i cui ultimi quattro – in particolare la tripletta The Real Thing, Angel Dust e King for a Day…Fool for a Lifetime – con l’entrata in lineup della inebriante e camaleontica voce di Mike Patton nel 1989, hanno scalfito per sempre il nome della band nella storia del rock.

DICIOTTO ANNI DI SILENZIO - Sol Invictus, settimo album dei Faith No More, arriva dopo ben diciotto anni dalla loro ultima perla discografica Album of The Year, al seguito della reunion della band nel 2009. La formazione del nuovo disco è identica a quella del 1997 e tenta di tessere un legame stilistico con il repertorio ‘classico’ – sempre fuggevole ai tentativi di catalogazione – dei Faith No More del passato.

ASPETTATIVE E RESPONSABILITÀ - Un disco che segna il ritorno di una band stellata lascia sempre intorno a sé una scia di aspettative davvero difficili da esaudire pienamente. La verità è che da un gruppo padre di golosità sonore come Surprise! You’re Dead!, Caffeine o Cuckoo For Caca l’ascoltatore pretende il massimo, il superlativo e l’eccezionale dal nuovo lavoro, soprattutto perché innamorato della gloria passata con la quale torna continuamente a confrontarsi, trattando la materia musicale come fosse un archetipo impossibile da emulare e, talvolta, superare.

UN ASCOLTO LIBERO - Allora, in questo specifico caso e considerato l’immenso ed eterogeneo background artistico dei Faith No More, ragionare attraverso parametri quantitativi  per tentare di strutturare un paragone tra la band di oggi e la band di ieri perde di significato e rischia di offuscare il vero e proprio godimento che scaturisce dall’ascolto di Sol Invictus.

RIFLESSIONI A PIÙ RIPRESE –  Sia ben chiaro: Sol Invictus non è un disco semplice da digerire (quando mai lo è stato un album dei Faith No More?). Non si può pretendere di coglierne le finezze al primo occhio ma necessita di una riflessione post ascolto e di un distaccamento dai preconcetti tipici di un ‘fan affezionato’ non indifferenti.

IL RETAGGIO E L’INNOVAZIONE – Il disco, come le spose, indossa sull’altare del mondo discografico qualcosa di nuovo e qualcosa di vecchio. Fra le tracce di Sol Invictus si scorgono la marzialità e il rap metal di The Real Thing, la pluralità sonora, i percorsi metal e goth di Angel Dust, la pazzia indomita, il grunge più tribale e la crudezza tenebrosa di King for a Day e, a tratti, l’aura spaziale e alienante di Album of the Year.

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Midlife Crisis? Non per loro (rollingstone.com)

UNA VENTATA DI MISTERO - Ma quel che contrassegna l’ultimo disco di una band che non sfigura dinanzi all’eclettismo, che accoglie ogni influenza incamerandola nel proprio mood irriverente e innovativo, è il mistero, quel fascino irresistibile che attraversa ogni traccia e rapisce l’ascoltatore semplicemente mostrando tutto e niente di sé. E allora, lasciamo che l’enigma porga i suoi quesiti e tentiamo di ricercare la nostra soluzione in questo complesso potpourri di emozioni, colori e tecnicismi.

SOL INVICUTS: DENTRO L’ENIGMA - Sol Invictus parte quasi timidamente nella sua title track dove Patton si muove in lande tenebrose sopra un beat marziale. Le progressioni lente e polivocali procedono con soavità chiudendo questo primo quadro in una totale leggerezza.

ORIENTE, INCUBI E ACIDI - L’atmosfera pacifica fa presto a dissolversi con Superhero, un brano incalzante dove profumi orientali si mescolano a ispirazioni metal per addentrarsi in un percorso enigmatico e conturbante. La buona scuola blues funge da ala maestra al beat zoppicante di Sunny Side, dove l’aria s’imprime di tonalità acid rock e onirismo. Viaggiando sul filo del rasoio con un tempo sfrenato, Separation Anxiety mostra una tensione accattivante tra incubi e trepidazione, dove sonorità squisitamente spaziali  si attorcigliano intorno al beat metal per scendere in profondo verso grotte impervie e oscure.

TERRORE, ROMATICISMO E FOLLIA - Tra sospiri e picchi grintosi di sonorità, il tunnel allucinogeno del brano torna in superficie per sfociare in un ambiente vicino al groove metal, dove la pluralità di voci è in preda a un raptus quasi schizofrenico.  I paesaggi del far west tornano in auge in Cone of Shame, brando dalla doppia anima che passa, con molta nonchalance, da un vintage rilassato a un dionisiaco slancio sludge che strappa in pochi attimi il cuore dal petto.

Cambiando ancora status, Sol Invictus culla la mente danzando con Rise of the Fall, brano dalle intriganti contaminazioni che reinterpreta stilemi romantici e gotici per scoppiare, a tratti, in un insano e maestoso metal. Le salite e discese di pathos in Rise of the Fall ingannano l’ascoltatore, portandolo a credere di trovarsi a volte sulla eterea Rive Gauche e altre in qualche sperduto antro infernale.

CATTIVERIA, RAP E PROG - La corsa non si arresta in Black Friday, il cui groove quasi roots rock avvia il suono in un viaggio caratteristico lungo la Sun Road americana per poi cambiare rotta a intermittenza in un mood più crudo e, talvolta, acid. Il dualismo fra due forze contrastanti si mostra ancora una volta in Motherfucker, singolo di lancio di Sol Invictus che mescola sapientemente ironia, ritmi marziali e rapping.

I Faith No More propongono un ennesimo enigma con Matador, brano dall’indole apparentemente mesta che riecheggia la classe del progressive rock per poi indurirsi verso il finale con combattive frecciate metal non scevre di sfumature orientaleggianti.

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La formazione di Sol Invitus è identica a quella di Album of the Year. Da sinistra: Mike Bordin, Billy Gould, Mike Patton, Jon Hudson e Roddy Bottum (rollingstone.com)

ATTESA CHIUSURA VINTAGE - E visto che, arrivati alla fine di Sol Invictus, potrebbe essersi risvegliato anche qualche defunto, lo spettacolo dei Faith No More si diletta con From the Dead, un divertissement dal gusto folk rock che straripa di passione, colori e nostalgia. Il tributo vintage nella traccia finale non è estraneo alla band: i Faith No More sono passati piacevolmente dal futuro al passato, seppur seguendo filoni stilistici ogni volta differenti, anche nell’ultimo brano di The Real Thing, Angel Dust e King for a Day…Fool for a Lifetime.

UN CALDERONE DI CONTAMINAZIONI - Sol Invictus è un disco magnetico che attrae nel suo corpus influenze cronologicamente lontane e vicine. I tributi al goth come al grunge più efferato, il saluto allo space rock e gli sprazzi prog metal sono solo alcuni dei punti di ritrovo individuabili nel labirinto sonoro del disco che lascia all’ascoltatore quella bramosia, quell’incontenibile desiderio di ascoltarlo più e più volte per carpirne i segreti.

ALLA RICERCA DELLE SOLUZIONI - Probabilmente servirebbe qualche mese per scorgere tutti gli incantevoli enigmi intreccianti nel concept di Sol Invictus, quelle sorprese celate nel sostrato sonoro che colpiscono sempre di più durante varie le degustazioni. Dagli spunti tribali agli slanci moderni, il disco non lascia certo attoniti nella sua completezza tematica e nella grande capacità illustrativa.

IL LINGUAGGIO NEL LINGUAGGIO - Oltre alla mera godibilità istantanea che scaturisce dalla fruizione del disco, i Faith No More sono riusciti anche a imbastire una sorta di codice sonoro che scorre fra le tracce di Sol Invictus, creando una forte correlazione fra musica e linguaggio, emozione e suono, che diventa più vivida soffermandosi sulle alternanze fra luce e oscurità, leggiadria e brutalità. Basti pensare alle palpitazioni ritmiche in Separation Anxiety o alle tensioni ascendenti e discendenti in Rise of the Fall per rileggere in altra chiave l’intero disco.

ALTRO CHE MIDLIFE CRISIS! – Il disco, nella sua complessità, sembra aver scongiurato, almeno per adesso, la ‘midlife crisis’ dei Faith No More. Dopo questa lunga serie di riflessioni non resta altro che inchinarsi dinanzi ai Faith No More e ricordare loro che, nonostante ci abbiano fatto penare tutti questi anni, il risultato è parso alquanto soddisfacente.

Voto: 9,5

Rachele Sorrentino

@rockeleisrock

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