L’Italia a Euro 2016: Conte come Sacchi, ma senza Baggio

Nel preparare la lista dei convocati per Euro 2016, Antonio Conte sembra aver seguito la strada tracciata nel 1994 da Arrigo Sacchi. Ma questa volta non c'è Roberto Baggio

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Un’Italia “formato Juve” quella che si appresta ad approdare agli Europei di Francia. Sarà la scelta giusta? (foto: ilnapolista.it)

Europeo o Mondiale, ventesimo o ventunesimo secolo che sia, alla fine la costante è sempre e solo una: le convocazioni del ct dell’Italia fanno discutere e dividono il Paese, sempre e comunque. Non ha fatto eccezione Antonio Conte, che ieri – in un quantomeno discutibile show televisivo, ha reso noti i ventisei, ventitré più tre riserve, che a breve partiranno per gli Europei di Francia. Convocazioni che hanno confermato in pieno la fuga di notizie avvenuta nel pomeriggio, già di per sé più che sufficiente a scatenare un vero e proprio vespaio.

I “GRANDI” ESCLUSI – A causare le polemiche più rumorose sono state le esclusioni di Pavoletti – non presente nemmeno tra i pre-convocati – Bonaventura e Jorginho, autori di una stagione indubbiamente positiva rispettivamente con le maglie di Milan e Napoli. In particolare, mentre il rossonero sembra essere l’ultimo erede di una mai così sterile stirpe di fantasisti azzurri, l’italo-brasiliano sarebbe stato, a detta di molti, il regista giusto per la Nazionale, considerata la mancata convocazione di Pirlo e l’infortunio di Verratti. Ma allora perchè sono rimasti a casa?

GRUPPO E SCHEMA – Tralasciando i giudizi da bar sulla competenza di Conte, sembra che il ct si sia mosso su sue direttrici che tanto care furono ad Arrigo Sacchi ai tempi del Mondiale americano: senso del gruppo e funzionalità dello schema. Se hai queste due qualità sei dentro, altrimenti fuori. Chi ha buona memoria ricorderà come il “vate di Fusignano”, alla vigilia di Usa ’94 fu bersagliato dalle stesse critiche – si ok, con protagonisti ben diversi – quando rese nota la lista dei convocati, frutto di un triennio nel quale erano stati provati in azzurro più di ottanta giocatori. Vittime illustri del buon Arrigo furono, tra gli altri, Bergomi, Vierchowood e Vialli. Motivazioni caratteriali per quest’ultimo, soprattutto in virtù di un rapporto non troppo idilliaco con Baggio, e tattiche per gli altri due. Difatti, come scrive Sacchi nel suo libro “Calcio totale”, «Bergomi era un giocatore sicuramente con più qualità ed esperienza di Mussi. Dunque, perchè non Bergomi? Non avevo tempo di cambiare caratteristiche così marcate: Bergomi faceva solo il difensore e aveva come riferimento l’avversario, mentre da noi l’importante era la palla e il compagno». Discorso simile  per Vierchowod, «più forte di Costacurta», ma che aveva il difetto di non muoversi «con gli altri difensori, e inseguiva l’avversario perchè veniva dalla scuola del calcio individuale».

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L’Italia di Sacchi: una selezione basata sui dettami tattici più che sulle qualità dei giocatori (foto: vivoazzurro.it)

CONTE COME SACCHI? – Così fu Sacchi, così sembra essere Conte. Al reparto arretrato targato Milan, unito ad alcuni elementi del Parma che l’allora ct conosceva più che bene, l’ex allenatore della Juventus ha sostituito il pacchetto difensivo bianconero, una scelta per certi versi obbligata sia dall’alto rendimento del reparto in campionato, sia dalla mancanza di singoli all’altezza. Allo stesso modo, mentre Sacchi cercava di far giocare la Nazionale come il suo Milan, Conte propone per gli azzurri una filosofia molto simile a quella della sua Juventus. 3-5-2, inserimenti dei centrocampisti, punta di peso ad abbassare la linea avversaria e attaccante di raccordo in grado di sganciarsi e favorire il taglio dalle retrovie.

CONVOCATI I PIU UTILI, E BAGGIO? – Avendo quindi stabilito un netta gerarchia nel rapporto tattica-giocatori, le convocazioni appaiono già leggermente più spiegabili. A dire la verità qualcosa sfugge riguardo all’esclusione di Jorginho. Forse Thiago Motta è stato preferito per la sua polivalenza, o forse è una questione che attiene lo spogliatoio e pertanto oscura ai più. Ma il punto semmai è un altro: Conte in questo biennio ha trattato la Nazionale come una sorta di grande club, lo stesso procedimento che già Sacchi aveva cercato di avviare prima di lui. Eppure, proprio l’esperienza di Sacchi ci dovrebbe aver insegnato che “l’universo Nazionale” tende a soffrire il sovraccarico tattico, essendo totalmente avulso dalla quotidiana assimilazione dei concetti. Si guardi l’Italia nel 1994: con la difesa educata a giocare come faceva il suo Milan, bastava un elemento estraneo come Benarrivo per far saltare il banco e andare in difficoltà. Ma, di nuovo, la questione è un’altra ancora: l’Italia di Sacchi, anche se non divenne un club, assimilò discretamente i dettami tattici, nonostante il caldo non fosse il miglior amico del mantra imposto. Eppure, quando bisognava togliere le castagne dal fuoco, più che lo schema arrivava la magia del singolo, quel Roberto Baggio che, soprattutto dagli ottavi con la Nigeria in poi, della squadra divenne simbolo e trascinatore. Ecco, alla fine di tutto il discorso la conclusione sembra essere solo e soltanto una: qualora anche questa volta la tattica da sola non bastasse, è evidente che, a differenza di ventidue anni fa, potremmo avere un bel problema difficilmente risolvibile.

Carlo Perigli

 

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