Eros, Thanatos e l’arte di Egon Schiele

Gli spazi espositivi di Palazzo Reale ospitano la mostra “Schiele e il suo tempo”: un percorso nel fervore creativo della capitale asburgica del primo Novecento

di Laura Dabbene

Egon Schiele in una foto del 1915

MILANO -  Dopo il grandissimo successo di Edward Hopper, Palazzo Reale ospita un’altra mostra in grado di catturare l’entusiasmo del pubblico: “Schiele e il suo tempo”. Fin dalla prima sala il visitatore è calato nell’atmosfera della Vienna di inizio XX secolo,  accompagnato dalla musica classica del tempo, dalle grandi riproduzioni fotografiche della città, da pannelli didattici ben calibrati per un’utenza che necessita di informazioni corrette, ma di facile accesso.

All’alba del XX secolo l’impero asburgico è al vertice del suo splendore e il senso compattezza storica ed appartenenza politica genera sentimenti di unità in un’intera generazione di artisti, musicisti, letterati: la Scuola di Vienna è un vero movimento culturale che vede protagonisti, nel campo artistico, figure amatissime dal grande pubblico, come Gustav Klimt, ma anche nomi meno noti, eppure di portata innovativa, come Richard Gertl e Kolo Moser. Tutti sono rappresentati in mostra attraverso una serie di opere che i curatori hanno selezionato per costruire non solo una rassegna figurativa tra i temi dominanti nel dibattito intellettuale, ma anche una cornice di contesto per la parabola creativa, tanto rapida quanto intensa, di Egon Schiele.

L’introspezione psicologica, figlia delle sperimentazione freudiane nella psicanalisi, si esplica in una ricerca interiore che fa della figura umana e del volto il luogo privilegiato dell’espressione. L’idea dominate, quella dell’uomo “messo a nudo”, si materializza nello splendido Autoritratto di Gerstl (1904-1905), quasi un Ecce Homo con il torso nudo e i fianchi avvolti da un panno bianco, circonfuso di luce, ma con gli occhi aperti nella ricerca di un qualcosa che si percepisce, ma non si riesce a visualizzare. L’autoritratto servirà anche a Schiele per uno scavo interiore nei sentimenti, uno studio delle passioni e dell’emotività: dallo schizzo a matita del proprio viso adolescente all’Autoritratto con camicia (1910) o quello con gli alchechengi (1912) si percepisce la trasformazione, e la maturazione, della sua indagine introspettiva.

Dominate è il tema della sessualità e dell’erotismo, che pervade la selezione di disegni di nudi femminili di Gustav Klimt, realizzati tra 1907 e 1917, e che si esplica nell’arte di Schiele in maniera molteplice e contrastante. Dall’ambiguità incestuosa nel rapporto con la sorella Gertrude, che posa per lui con sguardo ammiccante nel dipinto Donna inginocchiata con abito rosso-arancione (1910), all’inquietudine degli emaciati e scheletrici corpi femminili degli anni 1912-1913, quando il pittore vive un periodo di detenzione carceraria a seguito dell’accusa di pedo-pornografia ed abuso sessuale. L’erotismo tornerà ad essere per lui gioioso negli anni della relazione con Edith Harms, sua compagna fino alla morte e modella per una nuova serie di nudi degli ultimi anni, dalle carni più piene e luminose.

Paesaggio dipinto da Schiele nel 1914

Accanto a questi nuclei la mostra ne sviluppa altri, seguendo il percorso cronologico dell’esistenza di Schiele. Tra le più rappresentative c’è la fase del misticismo e della ricerca di assoluto nel periodo oscuro del carcere, con la scelta di temi quale la maternità (Madre cieca, 1914) e la spiritualità, dominante nella grande tela Gli eremiti (1912) omaggio al suo mentore e maestro Klimt, quasi una ripresa del suo Il bacio,  ma nei toni scuri e cupi del nero e del marrone in sostituzione della luminosa cromia dorata del modello. Ben rappresentato è anche il rapporto di Schiele con la pittura senza figure umane. Nature morte e paesaggi dove ci si allontana totalmente dall’idea di una pittura naturalistica en plein air di matrice impressionista: gli oggetti e gli edifici si dispongono su piani che scardinano le regole prospettiche e la percezione dello spazio è più affidata all’intelletto che alla sensorialità fisica.

Dalla metà degli anni ’10 del Novecento la fase aurea della Vienna asburgica si infrange: un mondo viene per sempre spazzato via dalla guerra e nulla tornerà più come prima. La mostra si chiude con le opere di Oskar Kokoschka, già portatrici di un senso diverso di approccio all’esistenza. Schiele, artista affermato e riconosciuto come leader dal mondo intellettuale, strenuo amante della vita, riuscì a non sentire in maniera negativa e distruttiva il senso della fine, a non avere rimpianti. Ma il Fato scelse per lui un’uscita di scena in contemporanea con la realtà che l’aveva nutrito. Si ammala e muore a soli 28 anni pronunciando queste profetiche parole: “La guerra è finita, e io devo andare. I miei quadri saranno esposti in tutti i musei del mondo”.

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