Elogio funebre di Top Gear: senza Clarkson the show mustn’t go on

Fan di Top Gear, è il momento di fare i conti con la realtà: guardereste lo show BBC senza Jeremy Clarkson? Ovviamente no: è tempo di elogi funebri...

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Il cast di Top Gear: Richard Hammond, Jeremy Clarkson, James May e The Stig

Top Gear è morto. Senza giri di parole, senza se e senza ma. Il programma motoristico più bello e dissacrante che la storia televisiva ci abbia mai regalato è giunto al capolinea. Ucciso dal suo stesso bizzoso padre, quel Jeremy Clarkson genio e sregolatezza che ha risollevato dalla cenere una insulsa finestra di 30 minuti e l’ha trasformato in un successo globale da 350 milioni di spettatori a puntata. Quel Jeremy Clarkson a cui è stato concesso di calcare la mano con battute e allusioni da effetto ghiacciolo nella schiena per il tiepido umorismo inglese, ma a cui – probabilmente in maniera corretta – non è stato perdonato l’aver alzato le mani ripetutamente su un produttore. Reo, ahilui, di non avergli fatto trovare la cena pronta al termine della giornata di riprese. (Megalo)manie da superstar, che hanno fatto calare il sipario su Top Gear. Perché Top Gear senza Jeremy Clarkson non ha ragione di esistere.

NO AI CLONI: ADDIO TOP GEAR - Sipario vero e proprio probabilmente non sarà, perché la BBC sentirà il dovere morale di rimescolare le carte e riproporre Top Gear, provando magari fino alla fine a convincere gli altri due conduttori Richard Hamster Hammond e James Captain Slow May a restare al volante della fuoriserie televisiva più dissacrante della tv. Difficile che ci riescano, perché Top Gear è stato qualcosa che è andato oltre la trasmissione televisiva di successo, e ben al di là del puro cameratismo tra colleghi. Top Gear era l’equazione perfetta per gli amanti delle quattro ruote, dell’ironia, del politicamente scorretto e del puro intrattenimento.

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Jeremy Clarkson (redfm.com)

Impossibile spiegare Top Gear a chi non ne ha mai visto una puntata. Forse, per i nostri connazionali, basterà dire che le 22 stagioni televisive di trasmissioni su BBC Two (dal 2002 del “nuovo” Top Gear fino a quella 2015, interrotta a due puntate dal termine) sono state lo show tv sui motori perfetto per la tradizione e la passione motoristica italiana, ma creato dagli inglesi. Farcito con una imperdibile salsa provocatoria anti-ecologista ed anti-buonista, che ha reso leggendarie le imprese dei 3 conduttori. Dall’idiosincrasia per le auto elettriche o ecologiche al vero e proprio boicottaggio delle utilitarie, Top Gear ha offerto ritratti appassionanti e surreali di auto da sogno, sottoponendole a test o gare improponibili per l’Easy Driver nostrano.

I GIRI VELOCI, THE STIG, LE STAR NELL’AUTO A BUON MERCATO - Top Gear ha fatto esaltare con missili a 4 ruote lanciati a tavoletta sul circuito di proprietà, una pista d’atterraggio riadattata tra i cui cordoli hanno sfrecciato Ferrari, Lamborghini, Pagani e McLaren alla ricerca del giro veloce perfetto. L’epicamente misterioso Stig, istruttore-distruttore muto in total white; il segmento Star in a Reasonably-Priced Car (Star in un’auto a buon mercato) in cui vip di tutto il mondo – da Tom Cruise ad Alice Cooper, da Cameron Diaz ad Amy Macdonald – si sono aggrappate al volante di berline da 10.000 pound con la foga di piloti di Formula 1, per il gusto di vedere il proprio nome in cima alla classifica dei vip più veloci; gli straordinari speciali in India, Patagonia e Africa in cui la passione per scarichi rombanti e fumi della benzina hanno ceduto il passo allo stupore per angoli invisibili di mondo e al groppo in gola per la miseria di esistenze umane al limite del baratro.

UN TRIO IMPROPONIBILE MA PERFETTO - Jeremy Clarkson è stato il comandante di una nave consapevolmente kamikaze. Jezza non ha mai fatto prigionieri: ci è andato giù pesante (e con lui i produttori, perché Top Gear non è mai andato in onda in presa diretta) con battute ben al di sopra delle righe ed eccessi geniali al limite dell’incolumità fisica. Come le auto con frasi pro-gay e anti-Nascar nell’iper conservatore Alabama, o i riferimenti alle Falkland in Argentina, che quasi hanno fatto rischiare il linciaggio alla troupe. E poi i compagni di show: Richard Hammond, quell’hamster (criceto) più per stazza e vitalità che per i notoriamente rinfacciati denti sporgenti e bianchissimi. Uno che si è schiantato su un dragster in pista rischiando pure la vita per Top Gear. E James May, capitan lento: vintage dentro e fuori, amante delle auto classiche e inevitabilmente catapultato – con risultati sorprendenti – negli abitacoli di auto da oltre 400 chilometri all’ora.

Un trio assortito alla perfezione che ha regalato sfide al limite dell’assurdo in cui, inevitabilmente, si finiva a fare il tifo per la protagonista a quattro ruote. Jeremy Clarkson, purtroppo per lui e per tutti i fan sparsi nel mondo, stavolta ha messo le ruote al di là del cordolo ed è finito lungo, andando a sbattere definitivamente contro le protezioni. Un impatto violento, doloroso e definitivo, che stende i titoli di coda sulla gloriosa storia di Top Gear. Non è disfattismo, è realismo: Top Gear senza Jeremy Clarkson è come Wimbledon senza Tommasi e Clerici o il 6 Nazioni senza Raimondi e Munari. Staccate definitivamente la spina e lasciateci piangere il morto. Ma fatelo in fretta, abbiamo 22 stagioni da recuperare. In streaming abusivo, come piacerebbe a loro.

Francesco Guarino
@fraguarino

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