Elezioni 2013 – Astensionismo: 5 motivi per non votare

È finalmente arrivato il tanto atteso giorno delle elezioni. Milioni di italiani che durante la legislatura non fanno altro che masticare gossip, reality show e telenovele, hanno finalmente l’opportunità di dire la loro attraverso la matita indelebile che suggellerà la “X” che cambierà le sorti di questo Paese.

Molti, seppur non in pace con l’inglese, hanno iniziato a chiamare questo giorno “election day”: è in voga, nulla da dire, come d’altra parte è di moda capirne di assegnazione di seggi, di movimenti politici, di dissenso politico, movimento delle masse elettorali e interviste con promesse abnormi da parte dei vari candidati.

Tra tutte le parole ascoltate in questo estenuante periodo pre-elettorale, non si sono mai degnate di venire allo scoperto due semplici parole come “fare” e “agire” che, nella retorica che muove la letteratura filosofico-politica del novecento, sono l’asse portante del comportamento di un cittadino che partecipa alla gestione della cosa pubblica.

Ma l’agire politico, che tanto contraddistingue il mondo occidentale libero e democratico, si è ormai ridotto a un rituale comportamento elettorale?

In un’economia dello spreco, come quella in cui viviamo oggi, cambia davvero tanto se a governare un Paese sia Berlusconi, Bersani o Grillo?

 Eppure la blasfemia più grande in un periodo come questo è quella dell’astensione al voto. Si, l’astensionismo!

“Se non vai a votare poi non ti lamentare quando le cose non vanno bene” tuonano i censori del “non voto”, forse ignari del fatto che, chiunque salirà al potere non solo non rispetterà le promesse sfornate durante la campagna elettorale ma continuerà a far muovere il Paese, e quindi ogni singola persona che lo compone, verso direzioni ben più lontane dell’Imu, lo spread, la cassa integrazione dell’ilva e la disoccupazione dei giovani.

La libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber, bisognerebbe ora comprendere cos’è la vera partecipazione in un economia globalizzata. Imbrigliati come siamo in un sistema giuridico dove prim’ancora di partorire una legge a livello nazionale, questa deve essere compatibile con l’Unione europea, come pretendiamo che municipi prima e comuni poi, possano asservire alle necessità dei propri cittadini?

Cosa sceglie un cittadino se da 70 anni a questa parte la nostra nazione, che secondo la Costituzione ripudia la guerra, appoggia ignobili missioni che mietono migliai di morti ogni anno? Abbiamo per caso scelto di far svalutare le nostre entrate a favore di una moneta che non possiamo più coniare e che ha portato alla perdita di posti di lavoro e impoverimento delle famiglie?

Siamo davvero illusi del fatto che qualcuno ci riporterà la lira?

Il motivo per cui non si va a votare non deve essere quello del ripudio della classe politica. Il problema non risiede nei nostri governanti che sono ignobilmente belli e stagionati. Non bisogna dimenticare che chi ha individuato il male in una società, chi ha puntato il dito verso una razza o una casta di individui, nella storia neanche troppo lontana, ha sempre portato guerre e distruzione.

Svecchiare il parlamento quindi,  è un effetto, non è la causa portante che risolverà i mali di questa nazione.

Le ragioni possono essere varie e di diverse sfumature, chi vota e chi non lo fa potrebbe divertirsi a stilare un elenco di motivi che lo hanno portato a questa scelta. Proverebbe così a forgiare autonomamente la propria coscienza pubblica.

Io non voto.

Non perché non mi sento rappresentato, bensì perché non penso sia questo il modo di esprimere una rappresentanza. Il mio non agire, non è protesta nei confronti di chi vorrebbe governarmi, ma nei confronti di una società che ha ridotto la mia capacità politica a una “X”

Io non voto.

Perché come in un consiglio di amministrazione di un azienda, il fondo monetario internazionale – dove l’Italia detiene solo il 3.81% dei voti – può decidere di fare andare in malora il sistema economico della mia nazione se il governo che mi rappresenta non fa da lacché ai soliti poteri forti. E se fossi un argentino saprei bene a cosa mi riferisco.

Io non voto.

Perché solo a chiacchiere viviamo in uguaglianza. Ognuno di noi ha valore in quanto spende e consuma il denaro che guadagna. Pertanto non ci resta che continuare a fare le pecore e lavorare, cambiare pastore non influirà sulla nostra posizione.

Io non voto.

Perché ormai sono immerso fino al collo in queste dinamiche di egoismo liberista che determinano la mia libertà in funzione del mio potere d’acquisto. Cerco solo di non ledere la libertà altrui ricordando che “la mia libertà finisce dove inizia quella degli altri”.

Io non voto, ma questo non vuol dire che ho perso le mie passioni e che ho gettato la spugna, anzi, sento molto quello che si muove attorno a me, lo guardo, lo critico e lo giudico.

Scegliere di non votare può sembrare una negazione del “fare politico” eppure è la più flebile delle disobbedienze.

Intanto,  mentre mi tengo ben lontano dai seggi elettorali mi crogiolo in una frase di Hanry David Thoreau: “Di fatto non è dovere di un individuo dedicarsi all’estirpazione del male, anche del più grande; giustamente, egli potrebbe avere altre faccende che lo occupano; ma è suo dovere, almeno, tenersene fuori e, se non vi pensa oltre, non dargli il suo supporto morale”.

Il voto, come l’astenersi da esso, è molto soggettivo. Ognuno ha una coscienza critica, l’unico problema è premere il tasto start e metterla in funzione.

LEGGI ANCHE ELEZIONI 2013: ALLEGORIA DEL BUON VOTO. 5 MOTIVI DEL PERCHÈ VOTARE 

Diego Ruggiano

Foto | www.citta-nostra.it

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