Elezioni 2013: Allegoria del buon voto. 5 motivi del perché votare

genova rivolta portoria balilla

Il dipinto del Comotto che raffigura la "Rivolta in Portoria", guidata dall'undicenne Balilla

«Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli». Così Vittorio Alfieri, superbo protagonista della letteratura italiana del XVIII secolo, si rivolgeva a Ranieri de’ Calsabigi, collega letterato che negli anni dell’Illuminismo offriva il suo lavoro alle nobili corti italiane ed europee. In quegli anni, la città di Genova aveva già consegnato alla storia l’insurrezione contro l’invasore austriaco, capeggiata da quel patriota, di nome Giovan Battista Perasso, che tutti conoscevano e chiamavano Balilla. Quell’undicenne carico di spirito patriottico e forza, scagliando un sasso contro un graduato austriaco, guidava il popolo verso la ribellione, contro un nemico forte e potente.

Dal 5 dicembre 1746 ad oggi, 24 febbraio 2013, sono passati poco più di 266 anni, e la storia pare ripetersi. Un genovese, dal piglio un po’ rivoluzionario, scevro di ogni timore reverenziale verso i potenti, guida il popolo alla rivoluzione. Non è un Perasso, ma un Grillo. Non viene dal popolino, ma dalla borghesia. L’unico punto che lo accomuna al Balilla, è il ruolo di guida carismatica nell’assalto al nemico oppressore, che oggi viene non già da Vienna, ma da Roma.

Beppe Grillo è il simbolo evidente e indiscutibile di queste elezioni, che si preannunciano drammatiche, cariche di un pathos comune solo, forse, ai grandi drammaturghi della tradizione ellenica. E nelle quali, più che in passato, emerge un elemento da tenere sott’occhio: il non voto.

La divagazione storica in apertura ci conduce quindi alle ragioni per il quale il non voto va scoraggiato, con ogni mezzo, propagandistico e sociale che esso sia, affinché ognuno dei cinquanta milioni di elettori (46 per il Senato, 12 per le elezioni regionali in Lombardia, Lazio e Molise), nel pieno delle sue facoltà psichiche e fisiche, prenda coscienza dell’alto e irrinunciabile servizio che, con un semplice gesto, rende alla Patria.

Votare per essere protagonisti

Chi vota, e solo chi vota, può avocare per se stesso la facoltà di parlare di politica, di giudicare l’operato dei politici ed, eventualmente, di premiarli o punirli nell’appuntamento elettorale successivo. Essere protagonisti, attivi o passivi, passa attraverso quella coda, lunga o breve che essa sia, che si fa davanti al seggio, spesso e volentieri nelle scuole ove si sono trascorsi i momenti più gaudenti dell’infanzia, quando si distingueva a fatica tra un 3 e un 4, figuriamoci tra Pd e PdL.

Si deve a Enrico De Nicola, e agli eletti nell'Assemblea Costituente, l'Italia così com'è oggi

Votare per essere liberi

Quando, il 28 ottobre 1922, le camicie nere al soldo di un carismatico leader e trascinatore marciarono indisturbate sulla Città Eterna, nessuno si frappose. Né una guarnigione regia, né un’opposizione popolare, né il monarca che si rifiutò, pur sollecitato da Luigi Facta, di dichiarare lo stadio d’assedio, certo che una decisione sì grave avrebbe spinto l’Italia alla guerra civile. Di lì in poi, il voto divenne una mera formalità: liste precompilate di nomi che avrebbero riempito i palazzi del potere fascista, alle quali non ci si poteva opporre: l’unica scelta valida era il sì. Memori di quell’affronto al sublime diritto di scegliere, votiamo per tenere viva la memoria, essere e sempre restare liberi.

Votare per essere consapevoli

Prima di recarci alle urne, la politica ci propone intere settimane di dichiarazioni, interviste, sortite televisive gradite e meno gradite, confronti invocati e mai realizzati, elezioni primarie concesse e cancellate, affinché possiamo, al di là dell’insindacabile giudizio di ognuno, farci un’idea concreta su cosa ci aspetta nella due giorni elettorale. In questo modo, diveniamo consapevoli della realtà che ci circonda, ci avviciniamo con curiosità ai meccanismi che regolano il funzionamento dello Stato, e diveniamo consapevoli del difficoltoso, ma affascinante, nugolo di meccanismi che rendono possibile la tenuta della democrazia.

Votare per essere cittadini

Con la firma definitiva della Costituzione Italiana a opera di Enrico De Nicola, il 28 dicembre 1947, la Repubblica Italiana poteva dirsi finalmente nata. Quel testo, composto da 138 articoli che in molti (non solo Benigni) considerano una delle più alte espressioni del diritto universale, ha previsto espliciti diritti e doveri. In particolare, l’art. 48 recita: «Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico». Dovere civico. Parole da pronunciare a mente, poi a voce bassa, poi alta e infine altissima. Votare significa rispettare la Costituzione, che tanto negli ultimi anni è divenuta simbolo della “resistenza democratica”, sventolata a destra e a manca per rivendicare la correttezza del proprio operato e dei propri gesti, ma soprattutto significa essere cittadini, rispettosi e consapevoli delle norme fondamentali del proprio Stato.

Votare perché è bello votare

La domenica è il giorno dedicato al Signore, per i cattolici, o alla partita di calcio, per i calciofili (cattolici e non che essi siano). La famiglia, reduce da una settimana di lavoro e scuola, si riunisce intorno al desco imbandito e si abbuffa delle delizie preparate dalle mani esperte di madri e nonne. Si ascolta il telegiornale, si commentano le notizie del quotidiano, e si parla. Ah, grazioso quadro d’una esistenza bucolica! Prima di concedersi alla poesia della domenica italiana, tuttavia, è bene uscire di casa, magari vestiti come il dì di festa, e recarsi al seggio. Qui si voterà, dando agli scrutatori solerti l’augurio di un buon lavoro, e poi si uscirà, magari incontrando volti noti e che non si vedono da tempo, e ci si dedicherà ai rapporti umani. Il caffè, il giornale, quattro chiacchiere, perché così è l’Italia della domenica, perché così è l’Italia che vota. E vale la pena goderne, almeno un giorno all’anno, ben consci di quanto sia utile un pur piccolo gesto.

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Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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