Eddie Vedder – Ukulele Songs

Perplessità. Questa è la sensazione che l’ascolto di Ukulele Songs genera dopo i primi ascolti. Eddie Vedder pubblica il suo secondo album solista, dopo la splendida colonna sonora di Into The Wild, datata 2007, nella quale aveva confermato per l’ennesima volta il suo talento compositivo.

Into the Wild fu un album caldo, ricco di spunti interessanti, in cui la voce di Eddie Vedder, perfettamente a proprio agio in un ambito lontano da quello della sua band di origine, si esibiva in passaggi toccanti e sorprendenti. Il risultato fu una colonna sonora che, come raramente accade, aggiunge veramente un tocco in più ad un film peraltro già splendido.

Con Ukulele Songs, Eddie Vedder continua a percorrere la strada già parzialmente intrapresa con il precedente album: la sua voce al centro di tutto e un accompagnamento strumentale composto unicamente dall’ukulele (già usato in alcuni brani di Into the Wild), senza altri strumenti, eccettuati alcuni archi di sottofondo in alcune canzoni.

Il risultato però non è lo stesso del precedente album. La sensazione è quella di ascoltare un album piuttosto monocorde, statico e alla lunga un po’ monotono. Le canzoni, tutte molto brevi, si susseguono senza che si possano notare, se non in pochi casi, differenze sostanziali l’una dall’altra. In definitiva, l’album scorre via piatto per tutti i 35 minuti della sua durata.

Buoni alcuni spunti, come nel caso di Can’t Keep (cover dei Pearl Jam, contenuta in Riot Act), More than You Know e Sleepless Night degli Everly Brothers. Nel complesso però l’album rappresenta un mezzo passo falso, soprattutto se confrontato con la precedente prova discografica solista del frontman dei Pearl Jam, senza dubbio di un altro spessore artistico. Diciamo mezzo passo falso perchè ci troviamo comunque di fronte ad un disco che non deve essere buttato via.

Alcune canzoni sono decisamente piacevoli e ben riuscite. Inoltre la voce di Eddie Vedder, sempre più calda e piena con il passare degli anni, è sempre una delizia per i padiglioni auricolari, e il fatto di aver voluto registrare un intero album con l’ukulele è la dimostrazone che ci troviamo di fronte ad un vero artista, voglioso di sperimentare nuove sonorità e indifferente nei confronti del passare degli anni e della popolarità che ha ormai raggiunto vette stellari.

Da Eddie Vedder ci si aspetta sempre tanto, considerando soprattutto gli standard musicali a cui ci ha abituato. In questo caso ci tocca dire, con un pizzico di rammarico, che ci troviamo di fronte ad un disco ridondante, incompleto e forse inutile, non brutto, ma senza personalità: in definitiva, una mezza delusione.

Alberto Staiz

Foto| via www.from-the-basement.com

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