Due vite per caso: parola al regista Alessandro Aronadio

Alessandro Aronadio

- Una delle tematiche di fondo del suo film è appunto l’attesa, intesa in termini di limbo esistenziale e, perché no, materiale. Solo un gesto eclatante, disperato, può consentirci di uscirne o c’è un’altra via percorribile?

No, per me non c’è nessun altra via oramai, non c’è più spazio per un’alternativa. Le manifestazioni fatte con il dialogo, con il tentativo di trovare un rapporto con chi dovrebbe cambiare lo stato delle cose mi sembra essere fallito, perché proprio non c’è voglia di ascoltare. Le uscite che ha il mondo politico sui giovani quando, per esempio, li critica per il fatto che non riescano a lasciare la famiglia, riducendoli a dei “bamboccioni”, non fanno che dimostrare lo scollamento totale tra il mondo della politica e la reale condizione giovanile. Così come stanno le cose è veramente impossibile riuscire a dialogare.

- E allora veniamo alla rabbia. Tanta e inevitabile. In che modo la si può usare proficuamente?

La rabbia per me è fondamentale. Questo è un film che vuole spingere i ragazzi a non dimenticarla e a non anestetizzarla, come troppo spesso viene chiesto o si viene spinti a fare dalla società, dai media. La rabbia, che percepisco quasi fisicamente tra i ragazzi della nostra età, dovrebbe essere trasformata in energia positiva, in energia attiva volta al cambiamento. Non è un film che vuole spingere alla violenza, ma vuole invogliare a fare realmente qualcosa.

- Il titolo scelto, Due vite per caso, suggerisce come la casualità sia al centro delle vicenda filmica. Tuttavia il racconto, nel suo svolgersi, sembra ammantarsi di un certo fatalismo, come se Matteo fosse comunque impossibilitato, da un destino già segnato, a scegliere una vita diversa, a prescindere dal “fatidico” tamponamento. Quanto fatalismo c’è nel suo racconto?

Matteo è un po’una vittima di questa società, un antieroe che rappresenta la maggioranza silenziosa dei ragazzi. Nelle piccole-grandi tragedie, come quelle che hanno segnato gli ultimi anni della storia di questo Paese, le vittime non sono mai state i grandi esponenti, i grandi leader di movimenti, ma sempre persone che passavano di lì, persone che, per quelle che vengono definite “tragiche casualità” si sono ritrovate a diventare un simbolo loro malgrado. Si pensi ai fatti che hanno visto coinvolti uomini come Filippo Raciti, Gabriele Sandri, Carlo Giuliani, Stefano Cucchi e che nella loro ricostruzione a posteriori sono stati qualificati sempre come momenti di “black out mentali”. A me sembra che questo tipo di approccio significhi inevitabilmente sminuire ciò che è stato, come a non voler andare più in profondità a vedere le reali reazioni, le reali motivazioni anche sociali che hanno portato a questo. Matteo è una vittima forse che ha un destino segnato, un po’imprigionato nella clessidra in cui lui sogna di essere a un certo punto del film, una clessidra che fa scendere la sabbia in cui, poi, precipita anche lui.

Come se, insomma, non ci fosse salvezza…

Sì, ma solo nel caso specifico di Matteo. Due vite per caso può essere considerato una ricostruzione a posteriori della vita del suo protagonista. Di conseguenza, se per lui non c’è salvezza, per tutti gli altri spero siano di insegnamento le parole di un personaggio del film che è Ivan, il quale dice che la rabbia è importante, che non bisogna nasconderla, dimenticarla ma bisogna utilizzarla.

La frustrazione caratterizza l’esistenza dei due Matteo, una frustrazione che li porta su due strade diverse per poi ricondurli sul medesimo terreno della violenza. Nonostante questo percorso apparentemente speculare, si possono cogliere delle differenze sostanziali. Il Matteo carabiniere sembra vivere una condizione più innaturale di quella dell’altro Matteo, in quanto ripiega su un’occupazione che in qualche modo offende la sua indole non violenta e giustizialista. E’ ravvisabile, secondo lei, questa differenza e soprattutto è rilevante sul piano della lettura del film?

E’ importante questa differenza perché il primo Matteo (quello picchiato dagli agenti) rimane più solo del secondo. Infatti, nonostante viva un rapporto molto più trascinante con Sonia, viene influenzato da Ivan che è un po’ un personaggio luciferino che gli ricorda, come dicevamo, dell’importanza della rabbia, mentre tutti gli altri tendono a spingere il ragazzo a dimenticare, a superare quello che è successo. Nell’altra esistenza, invece, Matteo fa una scelta non dettata da una passione, come può essere quella dell’Arma, ma da un bisogno, come succede per tantissime persone che sposano la divisa. C’è poi il discorso sul senso di appartenenza. Per uno come Matteo, di indole piuttosto solitaria, l’appartenere a un gruppo genera, all’inizio, paura e fastidio, soprattutto quando si accorge di aver assunto gli stessi atteggiamenti, la stessa camminata, lo stesso sguardo dei compagni. Ma, col passare del tempo, la cosa inizia ad affascinarlo perché tutto questo gli offre maggiore sicurezza e soprattutto gli restituisce un’identità.

Leggi la fine dell’intervista

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Una risposta a Due vite per caso: parola al regista Alessandro Aronadio

  1. avatar
    Anonimo 13/05/2010 a 21:27

    Letto l’articolo non ci resta che andare al cinema…

    Ottimo lavoro…Complimenti!;)

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