Dizionario delle cose perdute: l’amarcord secondo Francesco Guccini

La copertina

Francesco Guccini ci ha da tempo abituati non solo ad ascoltare le sue parole, ma anche a leggerle nero su bianco. In veste di scrittore la sua ultima fatica  è  il Dizionario delle cose perdute, raccolta di racconti-riflessioni di forte impronta autobiografica dove l’artista affronta e si confronta con un passato più o meno lontano, a seconda che di anni il lettore ne abbia 20 oppure 80.

Con un  misto di malinconia e tristezza per un mondo perduto, quello dell’infanzia e della giovinezza, e con una forte dose di ironia che a tratti vira verso un dolce sarcasmo o anche un timido cinismo, Guccini racconta ‘come si stava meglio quando si stava peggio’, quando la semplicità delle piccole – si veda in particolare il capitolo dedicato a I giochi – riempiva gli animi e lo spirito molto più di quanto oggi possa la più moderna tecnologia.

L’amarcod gucciniano, considerato il dato anagrafico dell’artista modenese classe 1940, spazia dall’immediato dopoguerra – quando i benefici della penicillina erano pesantemente controbilanciati dall’uso di veri strumenti di tortura come le siringhe «di  vetro, grosse, e l’ago era di ferro» – al  più recente passato, quando era del  tutto  normale che il telefono fosse uno e unico (a parte quello a gettoni nelle ormai scomparse cabine) senza bisogno della specificazione data dall’aggettivo ‘fisso’. La carrellata letteraria tra le cose perdute è paragonabile all’apertura di un vecchio baule impolverato riemerso dalla soffitta  della nonna, ma in questo caso la soffitta è quella della memoria e ciò che ne esce fuori  non sono  solo oggetti in sé concretamente materiali (il flit, il tubetto di dentifricio che si arrotola, le braghe corte, i pennini, le sigarette Giubek), ma soprattutto ricordi che ad essi sono legati.

Ed ogni ricordo è una situazione, in ogni situazione ci sono delle persone (parenti o amici, magari scomparsi, come il signor Cantarella, proprietario di una mitica Topolino), e per ogni persona c’è un sentimento, quasi sempre condito di tenera nostalgia, soprattutto se si tratta della mamma, in estasi davanti ad un frigorifero visto in un negozio di elettrodomestici quando a casa normalmente si aveva la ghiacciaia.

Anche chi abbia troppo pochi anni per aver vissuto sulla propria pelle gli episodi raccontati nella parte dedicata a I balli o a La naia non può sentirsi estraneo a quel mondo, che è stato dei  propri  genitori e dei propri nonni, e di cui magari da bambini si è colto qualche strascico proprio nelle storielle narrate in famiglia. Il Dizionario delle cose perdute è insomma capace di riportare molti al periodo dell’infanzia, sia chi la temibile foggia di capelli nota come banana ha dovuto drammaticamente subirla, sia chi l’ha osservata, con stupore e ilarità, sulle teste ricciute di mamma e papà in qualche vecchia foto.

Francesco Guccini. Dizionario delle cose perdute. Milano, Mondadori, 2012 («Libellule»). € 10,00.

Laura Dabbene

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