È solo discodance, baby! – Lo spettacolo ‘Twerk’ da Berlino a Lecce

Dallo spettacolo Twerk -credit Jean Marie Legros (arsholland.com)

Dallo spettacolo Twerk -credit Jean Marie Legros (arsholland.com)

Berlino – Se per Pasolini il calcio era l’ultimo rito collettivo rimasto al mondo moderno, per la coppia di danzatori e coreografi Cecilia Bengolea/François Chaignaud sembra che siano invece le nottate in club e discoteche ad aver assunto questo ruolo. Difficile infatti non descrivere il loro ultimo lavoro Twerk (altered natives’ Say yes to Another Excess) – visto dalla nostra redazione al festival di danza contemporanea Tanz Im August di Berlino, da poco concluso (15 – 31 agosto) – come un’imponente messa pagana, celebrazione orgiastica di una cultura che, a cadenze prestabilite, riunisce masse di sconosciuti nei propri “luoghi di culto”. Gli autori stessi, nel definire l’approccio al materiale di partenza, restano in bilico tra l’entusiasmo della partecipazione appassionata e il piglio dell’analisi antropologica.

Ma, si sa, la secolarizzazione della società è ormai cosa fatta e il sacro ha ceduto da tempo il passo al profano. Lo spettacolo, che fra l’altro approderà il 19 ottobre a Lecce in prima nazionale, è perciò assolutamente privo di qualsiasi pesantezza ieratica o timore reverenziale. Al contrario, i ballerini si muovono pervasi da furore dionisiaco e, in alcuni punti, anche da una certa dose di ironia. Caleidoscopica, esuberante e volutamente eccentrica, Twerk è un’opera che non inizia e non finisce ma semplicemente “prorompe” sul palco, investendolo in tutta la sua estensione come una scarica elettrica.

Altra scena dallo spettacolo Twerk - credit Emile Zeizig (frenchculture.org)

Altra scena dallo spettacolo Twerk – credit Emile Zeizig (frenchculture.org)

Ad affiancare Cecilia Bengolea e François Chaignaud ci sono Élisa Yvelin, Alex Mugler, Ana Pi (ognuno specializzato in un tipo di ballo differente) e un duo di dj anglosassoni, DJ Elijah e DJ Skilliam che, per tutta la durata della performance, mescolano ritmi che vanno dal dubstep alla dancehall. Non c’è dunque una partitura imposta dall’esterno ma un’ininterrotta commistione di diverse personalità e attitudini al movimento che si studiano, si inseguono e si braccano fino a fondersi completamente. Ora da soli, ora in coppia o in gruppo, i ballerini fanno la loro comparsa sulla scena quasi aggredendola, generando un flusso che sembra a tratti avvolgere lo spettatore per la sua intensità.

Infatti, persino nei momenti in cui la tensione cala si ha comunque l’impressione che il tutto proceda a un’andatura sostenuta e costante, tanto è l’impeto che possiedono (anzi, da cui sono “posseduti”) i cinque sul palco. I loro gesti, anche per la coralità del processo compositivo, sono animati da una complicità profonda e disinvolta: non sono rari gli episodi in cui, mentre uno solo dei danzatori si esibisce, gli altri lo guardano incitandolo, con un atteggiamento che rimanda direttamente all’immaginario hip-hop più scanzonato. Il quadro complessivo assume così i toni di una sfida scherzosa, di un provocatorio divertissement che stupisce e colpisce per il suo schietto esibizionismo.

Ma, nonostante questo, Twerk non è per nulla superficiale. La spensieratezza, che rappresenta la caratteristica più evidente dello spettacolo, non è né un involucro esterno né un sintomo di distacco snobistico, bensì il punto di arrivo di un percorso tanto spontaneo quanto meticoloso. Intelligentemente, gli autori, invece di esprimere un giudizio posizionandosi su un piano più elevato, scelgono di immergersi totalmente nell’ambiente che ha dato avvio alla loro ricerca, esaltandone gli elementi costitutivi fino al parossismo. L’estrema libertà del gesto, tale da renderlo spesso “sporco” e istintuale, così come le componenti glamour, talmente appariscenti da risultare quasi kitsch, sono perciò la naturale conseguenza della piena assunzione di determinate premesse. Al di fuori di qualsiasi intento parodistico e senza la pretesa di volervi aggiungere alcun significato posticcio, Bengolea e Chaignaud prendono il mondo dei club per quello che è: un puro gioco in cui ogni eccesso è giustificato.
«It’s only (disco) dance!» verrebbe da dire, parafrasando i Rolling Stones. E allora, che discodance sia.

Francesco Brusa

Altered native’s say yes to another excess – TWERK from Theatre Auditorium de Poitiers on Vimeo.

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