Dido, Hurts e Justin Timberlake, le novità musicali di Marzo

Dido Exile Justin Timberlake (blogspot.com)

Copertina del nuovo album di Dido, "Girl who got away" (blogspot.com)

Marzo è il mese dei grandi ritorni. Importanti novità troveranno infatti sugli scaffali dei negozi di dischi gli amanti del pop: è in arrivo, dopo sette anni di assenza dalla scena musicale, il nuovo album di Justin Timberlake, The 20/20 Experience, preceduto da due lavori “made in UK” disponibili già dalla scorsa settimana, Girl Who Got Away di Dido e l’attesissimo Exile degli Hurts.

Dopo ben cinque anni di assenza dalla scena musicale e del piuttosto deludente Safe Trip Home, Dido Florian Armstrong, in arte Dido, ha fatto il suo ritorno sulle scene con un album dalle sonorità elettroniche (prodotto dal fratello Rollo, componente dei Faithless, gruppo elettro-dance britannico underground) in cui la voce riconoscibilissima della bella cantante londinese domina incontrastata sulle note musicali. Come per i precedenti album, Dido non punta a stupire i suoi fan rinnovandosi completamente o presentando pezzi di grande impatto, ma regala album intensi senza troppi fronzoli ed enfasi. Girl Who Got Away è sicuramente un buon lavoro, niente di esaltante, certo, ma un disco pacato, rilassante e sentito. C’è sicuramente qualcosa di nuovo, dato forse dalle sonorità elettroniche e dalle collaborazioni rap, a cui la cantante non è nuova (tutti ricorderanno la bellissima Stan, la collaborazione con Eminem che la portò alla ribalta). Al primo ascolto emergono sin da subito la bella Let Us Move On, collaborazione con il rapper americano Kendrik Lamar, che ricorda la famosa Stan di cui sopra, e l’intensa Sitting On the Roof of the World, una ballad acustica molto dolce e delicata, che ricorda quanto la voce di Dido sia perfetta per questo tipo di pezzi. Spiccano inoltre gli ultimi due pezzi del disco, Loveless Hearts e Day Before We Went to War. La prima, dalle tonalità lounge, è malinconica al punto giusto, profonda e riflessiva, enfatizzata alla perfezione dalla voce di Dido, che spicca notevolmente e maggiormente nell’ultimo pezzo, che chiude l’album molto bene senza esagerare. Nel complesso, un lavoro certamente migliore del penultimo Safe Trip Home, che sicuramente non apporta novità sconvolgenti nella carriera dell’ora quarantenne cantante, ma si presenta comunque come un album godibile.

La novità più attesa è sicuramente Justin Timberlake, che dopo una pausa musicale di ben sette anni, durante la quale l’ex leader degli N-Sync si è dedicato al cinema, alla TV e alle collaborazioni (le più famose quelle con il produttore Timbaland e Madonna), torna sulla scena con The 20/20 Experience, che uscirà in Italia il 19 marzo. Siamo di fronte a qualcosa di diverso rispetto al ritmo dance e assuefacente di Future Sex/Love Sounds, album che dopo Justified confermò la bravura e la notevole capacità tecnica del cantante, che aveva sperimentato vari genere come il rap, il funk alla Michael Jackson e la dance. Purtroppo, l’ultimo lavoro di Justin appare troppo influenzato dalla cultura R&B, a lui molto cara, ma mentre in precedenza questa aveva funzionato bene da background, ora lo ha completamente incubato in sé tanto da generare un album che non riesce a imporsi, purtroppo, come un grande ritorno. Appare chiara la volontà di dimostrare una certa maturità e consapevolezza della propria identità musicale, ma così facendo l’album perde in qualche modo la forza che aveva contraddistinto gli altri due (eccellenti) lavori.

The 20/20 Experience si apre con Pusher Love Girl, un brano che ricorda molto il Re del Pop, soprattutto per l’uso che Justin fa della sua voce, seguito da Suit & Tie, il singolo di lancio dell’album e, probabilmente, il pezzo meno riuscito. Meritano attenzione Tunnel Vision, un brano che ricorda What Goes Around… Comes Around, dove R&B e groove convivono piuttosto bene, That Girl, molto “groovy” e, soprattutto, Let The Groove In. Il pezzo ricorda molto Wanna Be Startin’ Something del Re del Pop con qualche tocco strumentale latineggiante, ma con un proprio stile in grado di risvegliare l’ascoltatore che fino ad ora non ha gioito per pezzi particolarmente coinvolgenti. Discreta anche Mirrors, secondo singolo estratto, che convince più di Suit & Tie e sa molto di Cry Me a River. Chiude Blue Ocean Floor, nota alternativa all’interno dell’album, una colonna sonora di un film a metà tra il futuristico e il romantico. In sintesi, eccezion fatta per alcuni pezzi che comunque non spiccano per creatività, The 20/20 Experience è un lavoro discreto, senza punte di diamante, senza infamia e senza lode. Dopo sette anni, il caro Justin poteva regalarci qualcosa di più coinvolgente ed entusiasmante e, magari, con qualche traccia in più.

Dido Hurts Justin Timberlake (depechemode.cz)

Si intitola "Exile" il nuovo attesissimo album degli Hurts (depechemode.cz)

Ultimi, ma non meno importanti, sono gli Hurts, duo inglese di Manchester noto per le sonorità elettro-dark simili a quelle dei Muse. Con Exile, secondo album in studio, (il primo era Happiness, da cui furono estratti i bellissimi singoli Sunday, Stay e Wonderful Life), gli Hurts realizzano un’opera che guarda di più al rock alternativo rispetto al lavoro precedente, con l’obiettivo di dare dignità al proprio lavoro concentrando l’attenzione sui suoni. Exile, prima traccia dell’album, funge da giusta introduzione, ed è seguita da Miracle, primo singolo estratto. Un brano ipnotico, in pieno stile Hurts, in cui la voce di Theo è affascinante e seducente come al solito, e fortemente malinconica. Meritano inoltre attenzione Sandman con le sue sonorità sperimentali che arrivano a sfiorare toni R&B, Mercy, con qualche tocco dubstep e soprattutto la bellissima Somebody To Die For. Già dall’intro il pezzo si rivela per quello che è: perfetto e coinvolgente, con ottimi vocalizzi e un ottimo sound, malinconico e disperato ma con un nobile contegno. Bella anche Help, con i suoi archi, cori e pianoforti da colonna sonora. Chiude Guilt, una ballata al pianoforte davvero profonda e triste, un brano sicuramente più pop rispetto ai precedenti. Nel complesso, la seconda fatica degli Hurts non sorprende come l’album di esordio, che li portò alla ribalta sulla scena elettronica internazionale, semplicemente perché non vuole farlo, ma vuole puntare più sul contenuto con una punta di orgoglio personale. Un tentativo che non fa di Exile un album memorabile, ma certamente interessante.

(Foto: blogo.it / blogspot.com / depechemode.cz)

David Di Benedetti

@davidibenedetti

 

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