Diario di bordo: Israele ed il suo rovescio

Muro di separazione attorno a Betlemme

Se non è al suo primo viaggio l’uomo sa già che le città come questa hanno un rovescio: basta percorrere un semicerchio e si avrà in vista […] una distesa di lamiera arrugginita, tela di sacco, assi irte di chiodi, tubi neri di fuliggine, mucchi di barattoli, muri ciechi con scritte stinte, telai di sedie spagliate, corde buone solo per impiccarsi a un trave marcio.”

Calvino è sempre stato lì, durante tutto il mio viaggio. Lui e la mia ormai consunta Lonely Planet. Ed anche io ho visto il rovescio, l’inaspettato, il malcelato, di questo pezzo di Medio Oriente.

Ho visto il muro di separazione attorno a Betlemme pregno di graffiti di protesta e di indignazione. Ho visto un bambino arabo, cresciuto a pane ed odio, sputare sul pullman di una organizzazione non governativa a Gerusalemme Est. Ho visto la città di Hebron spezzata in due, con cartelli che proibiscono agli ebrei di entrare nella parte araba, e le forze di difesa israeliane controllare che gli arabi non entrino in quella riservata agli ebrei. Ho visto campi minati lungo il confine con la Siria, villaggi in Cisgiordania poveri e mal amministrati. Ho ascoltato una donna palestinese nello sconforto perché non in grado di garantire un’istruzione ai proprio figli.

Hebron, ingresso della parte araba

Ho conosciuto Don Vincent, un prete cattolico di San Francisco appena trasferitosi a Ramallah, moderato e profondo, raccontare storie di famiglie palestinesi che aspettano dei visti d’ingresso in Israele per motivi sanitari che spesso arrivano troppo tardi o in numero minori rispetto a quanto richiesti. Ho parlato per ore con il mio amico eritreo Tedros, scappato dalla dittatura e rifugiato in Israele, come tanti, dopo un lungo viaggio al limite della sopravvivenza.

Beduino nel deserto del Negev

Ho inoltre osservato la complessità e la diversità etnico-religiosa di questa terra: tende di beduini lungo il deserto del Negev, povere e fatiscenti, ma con donne dalla pelle rovinata dal sole pronte ad offrirti un tè caldo. Ho mangiato pane e Za’atar (un insieme di erbe, sesamo e sale) in un villaggio druso nei pressi del monte Carmel ed ho ascoltato storie di riti e reincarnazioni. Ho visto gruppi isolati di circassi con i loro colorati vestiti tradizionali.

Na Nach a Tel Aviv

Ho visitato il religiosissimo villaggio di Sfat, luogo dove è nata la Kabbalah, ma ho conosciuto una manifestazione del giudaismo molto meno ortodossa, quella dei cosiddetti Na Nach, che con la loro barba incolta e le lunghe vesti, a bordo di furgoncini muniti di altoparlanti dai quali rimbomba la peggior musica commerciale del momento, invitano la gente ad unirsi a loro, vagabondare e ballare. Seguaci del rabbino ucraino Nachman (dal quale prendono il nome), diffondono un semplice e specifico messaggio: liberarsi dell’inclinazione al male, lo yetzer hara, e diffondere gioia per stabilire un rapporto empatico con gli altri e con Dio.

Tanto da imparare e da scoprire in un territorio sì piccolo ma denso di storia. Denso perché luogo di passaggio, perché dominato ed abitato storicamente da popoli diversi, dagli Egizi ai Romani, dai Musulmani di Saladino ai Crociati, fino ai Turco-Ottomani.

Parto allo stesso tempo soddisfatta e inappagata, felice e nostalgica. Non si tratta, per disgrazia o per fortuna, della sindrome di Gerusalemme; è piuttosto una insoddisfazione simile a quella del matematico di fronte dell’inesattezza della sua scienza o del filosofo che si interroga sul destino ultimo dell’essere umano.

Ci sono ancora altre questioni in sospeso da studiare a fondo. Impacchetto le ultime cose e mi sento infine serena: la mia avventura in Medio Oriente non finirà qui.

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