Davide Bifolco: i ‘colpi accidentali’, Gomorra e l’Italia a due corsie

Davide Bifolco è stato ucciso con un 'colpo accidentale' da un carabiniere a Napoli. E mentre l'Italia urla e si divide, lo Stato resta a guardare

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Davide Bifolco avrebbe compiuto 17 anni il 29 settembre (Facebook)

Napoli, esterno, notte. Corsia di sorpasso. Davide Bifolco è un corpo abbracciato all’asfalto. Neanche il sangue che gli hanno fatto scorrere sul petto è caldo, ora. È freddo come avrebbe dovuto essere il sangue del bastardo in divisa che l’ha rincorso, gli ha ansimato addosso e lo ha ammazzato mentre era a terra. Davide Bifolco, incensurato, neanche 17 anni, inerme, con gli occhi sbarrati e il cuore che pompa come una cassa dell’Arenile. A sangue freddo lo hanno ammazzato. ACAB, rabbia cieca, Stato assassino. Genova, Carlo Giuliani, Aldrovandi. Una macchina degli sbirri è ridotta talmente male che se la abbandoni a piazza Garibaldi non vengono neanche a fottersi le ruote. «È partito un colpo accidentale». Ma chi cazzo vi crede più?

Napoli, davanti allo schermo di un pc o un televisore, giorno. Corsia d’emergenza. Ahè, leggi qua. “Davide Bifolco andava in motorino in tre. Senza documenti. Senza assicurazione. Con un pregiudicato e un latitante“. Vabbè, il casco che te lo chiedo a fare, avranno fatto il condono. I carabinieri li notano – sai com’è – e mostrano la paletta alla Multipla a due ruote a viale Traiano. Lui e gli amici suoi forse pensavano che i caramba volessero giocare, ma il secchiello appresso non se l’erano portati. Quindi hanno sgasato e se ne sono andati, ‘sti figl’ e ndrocchia. Davide è incensurato, gli amici suoi no. Uno è agli arresti domiciliari dopo una rapina. Anzi, era agli arresti domiciliari, perché non si fa trovare più da febbraio. L’altro è stato già dentro per furto e danneggiamento. Mentre fuggivano hanno buttato via un’arma giocattolo senza il tappo rosso di sicurezza. Belle chiaviche. Se ti prendi un colpo di pistola perché te la fai con due così, caro Davide, devi solo ringraziare il Signore che ci sei arrivato a 17 anni. 

Davide Bifolco (Facebook)

Italia, oggi. Spartitraffico. Una barriera di cemento di pochi millimetri. Carta velina, piuttosto. Ogni tanto dalla corsia di sorpasso arriva un sasso, una molotov, una bomba carta. Brutta gente. Oddio, non che in corsia d’emergenza siano stinchi di santo. Si muovono in direzione opposta, lentamente, ma volano manganelli tenuti al contrario e mi sembra di vedere i sassi di prima restituiti al mittente. A volte sparano pure. Ora: voi ve la fareste una passeggiata in bilico sul filo spinato del valico di Karni, mentre Israele bombarda da un lato e Hamas risponde a cerbottane avvelenate dall’altro? Camminare sullo spartitraffico è più o meno così. L’aspettativa di vita media di un gatto in tangenziale, forse meno. Bisogna essere coglioni forti per camminare sullo spartitraffico. E noi italiani mica siamo coglioni.

I COLPI ACCIDENTALI - No, noi italiani non siamo coglioni. Addestriamo 200 mila tra poliziotti e carabinieri, li imbottiamo di test psichici e fisici che al confronto io domani faccio domanda alla Nasa e sabato sono in orbita attorno a Saturno. Mandiamo uomini in divisa indifferentemente in cittadine sarde da 37 abitanti animali inclusi o quartieri ad economia camorra-centrica. Poi, al momento dello stipendio, ci sbottoniamo i pantaloni e gli pisciamo in mano. Se a qualcuno ogni tanto parte una (Spacca)rotella, allora si dice che “il colpo è partito accidentalmente” e ci si piazza belli comodi in corsia di emergenza. Chissà dove vendono stock di pistole anarchiche, che si ribellano alle sicure e ai colpi non in canna. Colpi d’accidenti e uccidenti. Un processino al “colpevole”, se proprio necessario, e una mansione d’ufficio in caso di condanna. Lontano dagli occhi, lontano dalla pancia.

Un reparto dei carabinieri in piazza (Wikipedia)

GOMORRA - No, noi italiani non siamo coglioni. Guardiamo Gomorra e ci piace, tanto. Inorridiamo quando Ciruzzo massacra e carbonizza una ragazzina, ma tanto è un film. Facciamo le parodie e ridiamo su di uno che nel film spara in testa agli scugnizzi, perché se il boss s’atteggia con un pizzaiolo o un barista è tutto più gradevole. Tanto nei bar e nelle pizzerie non succedono mica certe cose. La Gomorra in cui viviamo, invece, quella è brutta assaje. Pardon, la Gomorra in cui vivono gli altri. Perché è sempre lontana dagli occhi e dalla pancia. Se non c’è sangue è lontana anche dai giornali e, a prescindere, è lontana dai ddl. Ogni tanto un battaglione dell’esercito – già che state lì ritirate pure la munnezza – e ogni tanto una retata, tanto adda passà a nuttata.

‘O PALLONE - La mamma di Davide Bifolco (corsia di sorpasso, e dalle torto), ha detto una cosa quasi più terrificante della morte del figlio, alle telecamere del Tg1: «Che faceva mio figlio? Niente. Giocava a pallone, era bravo. Ma poi non se l’è preso nessuno e ha smesso. Ci penso io a mandare avanti la famiglia, sono una maestra». Una maestra. Una maestra che dice che suo figlio “non faceva niente”. E non importa se quel “niente” significa “era innocuo”, perché il problema non è quello. Il problema è che se “a Gomorra” il sogno del figlio di un insegnante – che con i sogni da coltivare ci lavora tutti i giorni – è ancora, sempre e solo ‘o pallone, allora chiudete tutti in casa, rieleggete Bush e fateci bombardare da Aosta e Reggio Calabria, isole incluse.

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Il calcio nei quartieri di Napoli, divertimento e speranza di successo (toninoscala.it/Foto Fulvia Menghi)

La morte di Davide Bifolco riporta in prima pagina il copione a canovaccio della guerra incivile italiana. La guerra tra chi (corsia di sorpasso) vede nell’Arma un posto sicuro, uno stipendio assicurato, un culo al caldo e un grilletto facile, e chi (corsia d’emergenza) riconosce nella Napoli dei quartieri il degrado irrisolto che non ha voglia di risolversi, quindi cazzi loro. Una lotta che si sposta sotto i riflettori puntati su una lapide che ancora non c’è nel reale, ma ovviamente esiste nel virtuale: l’ultimo post pubblico di Davide su Facebook. Ci si ritrova come se niente fosse, si insulta un ragazzo morto, si insulta chi insulta un ragazzo morto, si insultano i carabinieri, si insulta Napoli. Qualcuno gli augura di riposare in pace, qualcun altro crea appositamente una pagina per dire che se l’è meritata.

L’ITALIA A DUE CORSIE - Se uno gira in motorino in tre, con un pregiudicato e un latitante, o è una cosa normale o può pure morire perché se l’è cercata. Non c’è un’altra soluzione, neanche si prova a trovarla. In Italia si viaggia solo a due corsie, in direzioni opposte. In corsia di sorpasso si va con l’acceleratore premuto a tavoletta, a bordo di un camion carico di rabbia, che di rabbia, ingiustizia e abuso di potere si alimenta. E c’è l’Italia in utilitaria anni ’70, perennemente in corsia di emergenza a filo di gas, in nome della quale tutto è lecito e se chi lo fa è in divisa ancora meglio. Purchè NIMBY, s’intende.

Nessuno vuole camminare sullo spartitraffico, perché è difficile. Nessuno vuole dire che bisogna inculcare la legalità nei cittadini e anche nelle forze dell’ordine, perché se chi deve far rispettare la legge non la rispetta, allora male che vada siamo pari. O si pizzica con l’autovelox chi frantuma le regole in corsia di sorpasso, o si rimbecillisce a colpi di clacson chi rallenta il Paese in corsia d’emergenzaNessuno vuole prendere per il collo dall’una e dall’altra parte e sedercisi in mezzo, parlare, capire, agire, ricostruire. Dare speranza, invece di soffiare sul fuoco che divide le due corsie. Quel “nessuno” non ha un nome e cognome preciso, ma in Italia esiste da 68 anni, a voler essere buoni. Si chiama Stato. E la risposta al perché non faccia nulla, dopo anni di abusi, impunità, furti e morti di “Stato”, è ormai solo una riflessione semantica. Dizionario alla mano.

La parola “Stato” può avere molteplici significati e riferimenti. Invece ”stato” è il participio passato del verbo essere.

stato passato

Participio.

participio

Passato.

passato

Prendere parte. In un tempo già accaduto, che si contrappone al futuro e si distingue dal presente. Il nostro, senza dubbio, è stato.

Francesco Guarino
@fraguarino

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