Governo: se la Ue si allea con il Cavaliere

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Il premier danese, Helle Thorning-Schmidt, il premier Silvio Berlusconi e il primo ministro greco, Papandreau - (Bruxelles)

Roma – Fino a qualche settimana fa, il destino più probabile che pareva sarebbe toccato al Governo in carica erano le elezioni anticipate nella primavera 2012. Una tappa raggiunta con fatica dopo un lento vivacchiare fino a Natale, per poi pilotare la fine dell’Esecutivo secondo la rotta impartita dal premier Silvio Berlusconi e dal Senatur Umberto Bossi. Questo fino a ieri.

La Ue – Oggi la situazione non pare troppo diversa, se non fosse per una differenza sostanziale: la Ue ha approvato la lettera di intenti con la quale il Cavaliere si è impegnato ad attuare quelle riforme liberal-strutturali, promesse da circa un 20ennio e necessarie per rilanciare lo sviluppo nazionale. Che ci riesca è ancora materia da esaminare: il piano redatto è ambizioso, tanto più che le scadenze temporali per attuarlo sono limitate e sono state vincolanti per il nulla osta di Bruxelles. Pochi mesi per rendere effettive liberalizzazioni, privatizzazioni, dismissioni del patrimonio di Stato, pensioni, riduzione della burocrazia, del personale pubblico, pareggio di bilancio e la norma più controversa; quella che procurerà al Cav. le maggiori grane con opposizione, sindacati e molte frange della stessa maggioranza, se mai arriverà al voto alla Camera: licenziamenti più facili per coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato.

Che i progetti esposti siano indispensabili all’economia del paese e della Europa è tanto vero che, non appena è arrivata la notizia dell’approvazione da parte dei Membri, le Borse hanno esultato di gioia. Comprensibile. Altro Bruxelles – con in testa il cancelliere tedesco, Angela Merkel e il presidente francese, Nicolas Sarkozy (quelli che se la ridano del Bel Paese ma a casa loro non stanno meglio, vedi il rischio declassamento delle banche francesi) – non poteva fare. Negare la fiducia all’Italia, con il fiato degli speculatori sul collo dell’Unione, avrebbe segnato un punto critico per tutto l’Eurogruppo. Avvenimento che finanche la Cina – strapiena di titoli occidentali – sta tentando di scongiurare in qualsiasi modo.

L’Italia – Resta da capire cosa accadrà, adesso. L’applauso della Ue e della Bce è certamente un punto a favore per il premier ma ciò non significa che l’Esecutivo avrà modo di arrivare a fine mandato come spera il Cavaliere. Al contrario, il sì dell’Unione potrebbe rendere più articolata la conclusione pilotata della legislatura.

Dissapori – Il perché è presto detto: la maggioranza soffre spinta da varie forze. Lega e Pdl sono divise da correnti interne pericolose e da difficoltà con il reciproco alleato. Faccende non da poco. Citiamo un caso per tutti: il travaglio sulle pensioni. Disegno di riforma che il premier vorrebbe quantomeno tracciare e di cui il leader del Carroccio non vuol neppure sentir parlare.

E’ chiaro, quindi, che portare in Aula un complesso di norme come quelle presentate alla Ue e sperare nell’amor di patria dei deputati è inverosimile. Tutta roba che il Cav. sa bene, come sa di avere già degli assi nella manica a proprio favore.

Primo – La Ue. Il fatto che Berlusconi abbia ottenuto il consenso dell’Unione lo mette al riparo dalle critiche più aspre. Comprese quelle del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che non ha voluto  firmare la lettera perché la considera irrealizzabile. Giulio fa i capricci, si sa. Peccato che il suo veto sia sempre meno rilevante perché il premier è riuscito a radunare degli alleati molto più importanti di Tremonti: i 27 Membri, appunto. Autorevoli esponenti che delle beghe di Palazzo se ne fregano e hanno votato la “manovra” con entusiasmo. Ergo: ogni giudizio negativo intorno ai provvedimenti che si discuteranno in Parlamento da oggi in poi, non saranno imputabili solo a Berlusconi ma a tutto l’Eurogruppo. Rivolgersi qui per eventuali rimostranze.

Secondo – La solita questione: non c’è alternativa al Governo. Anzi. Se è possibile, l’assenza di un’opposizione credibile è divenuta anche più grave dal giorno in cui, a Vasto, il trio bello Vendola-Bersani-DI Pietro ha annunciato l’arrivo del Nuovo Ulivo. La lieta novella si è trasformata ben presto in una minestra riscaldata con contorno di litigi su qualsivoglia tema. Dalle

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Nichi Vendola (Sel), Pier Luigi Bersani (Pd) e Antonio Di Pietro (IDV) – (Vasto)

pensioni all’abolizione delle province: non c’è argomento sul quale Qui-Quo-Qua vadano d’accordo.

Insomma se l’Esecutivo morisse, l’Italia si troverebbe in una situazione ben diversa dalla Spagna di Zapatero, dove è già pronta un’alternativa solida. Noi resteremmo in mano ad una sinistra che ha tutte le probabilità di vincere ma non saprebbe come governare, dando il via alle più spericolate speculazioni alla nostra Borsa e, di riflesso, a quelle europee.

Una sola sarebbe la garanzia: le richieste della Ue – vincolanti e dunque non ignorabili – sarebbero presto la causa di una spaccatura definitiva del trio di Governo, già poco disposto a collaborare, per non dispiacere al relativo bacino elettorale.

Ce n’è abbastanza per augurare lunga vita al premier. Almeno fino al 2013. Sapere se ci arriverà, è altra questione.

Chantal Cresta

foto || ansa.it; www.abruzzo.tv

 

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