Crescita, l’Istat migliora le stime: Renzi si esalta, gli altri meno

Matteo Renzi (www.blitzquotidiano.it)

Matteo Renzi (www.blitzquotidiano.it)

Roma – L’Istat ha rivisto al rialzo le stime su crescita e migliorato quelle su occupazione e disoccupazione. Il presidente del consiglio Matteo Renzi ha reagito con soddisfazione a questi dati, dando anche il merito alle riforme messe in campo dal proprio governo. Confindustria però si mostra per lo meno scettica, così come i sindacati: vediamo perché.

I DATI – Partiamo quindi dai numeri pubblicati oggi dall’Istituto nazionale di statistica. Nel secondo trimestre del 2015 il Pil italiano è cresciuto dello 0,3%, rispetto a un previsto 0,2%, sul trimestre precedente e dello 0,7% su base annua. L’aumento è il più alto da 4 anni. Il tasso di disoccupazione a luglio è sceso al 12,1%, con una diminuzione dello 0,9% su base annua e dello 0,5% su quella mensile. Gli occupati sono aumentati di 180 mila unità, anche se l’aumento riguarda gli over 50 e non i giovani (15-34 anni): infatti il numero degli occupati cala del 2,2% per quest’ultima categoria e dell’ 1,1% per la categoria 35-49 anni. L’aumento degli occupati si registra tra i lavoratori dipendenti e non fra gli autonomi. Diminuiscono gli inattivi, cioè chi non studia e non lavora tra i 15 e i 64 anni (-1,9%, -271 mila unità). I settori trainanti riguardano i servizi e per la prima volta dopo 19 trimestri, le costruzioni.

L’ENTUSIASMO DI RENZI - I dati leggermente migliori delle attese spingono all’entusiasmo il presidente del consiglio, Matteo Renzi, il quale attraverso un comunicato annuncia di ritornare al lavoro con « la giusta carica» e aggiunge che « i segnali positivi vengono dal turismo, dalla produzione industriale, dall’Expo, che è stato uno straordinario successo e anche dai dati Istat, particolarmente significativi». Il messaggio cardine del presidente Renzi è appunto che le riforme servono e sono una chiave per questi miglioramenti.

LE PERPLESSITÀ DI CONFINDUSTRIA – Il governo si dimostra entusiasta anche nelle parole di altri rappresentanti come Pier Carlo Padoan, ministro delle Finanze e Giuliano Poletti, ministro del lavoro che vede nei dati Istat la testimonianza della «direzione giusta». Di parere opposto sono le parti sociali. Confindustria si fa sentire per bocca del suo numero uno, Giorgio Squinzi che afferma « la crescita del Pil dello 0,3% non basta, anche perché non è merito nostro ma è dovuto solo al dimezzamento del prezzo del petrolio a rafforzamento del dollaro e al Qe; noi non abbiamo fatto le pulizie interne, bisogna fare le riforme». Il segretario della CGIL Susanna Camusso invita invece ad abbandonare i termini propagandistici e tornare con i piedi per terra.

Susanna Camusso, critica nei confronti del governo (www.meridiananotizie.it)

Susanna Camusso, critica nei confronti del governo (www.meridiananotizie.it)

UNO SGUARDO SULL’ITALIA – Se guardiamo ai numeri un certo miglioramento sembra evidente, ma se li guardiamo meglio scopriamo che i migliori risultati non valgono per l’Italia ma solo per una parte di questa; infatti al Sud il tasso di disoccupazione è intorno al 20,2%, al centro addirittura sale al 10,7%, + 0,1%, mentre al Nord scende al 7,9%, con una diminuzione dello 0,3%. Quindi più che l’Italia sembra che il Nord stia ripartendo.

LE RIFORME TANTO ATTESE – Se guardiamo le famose riforme attuate, vediamo che solo una è stata quella che parzialmente può incidere su questi dati il Jobs Act. A livello fiscale poi il famoso bonus di 80 euro è stato ampiamente compensato dall’aumento di tasse locali e dei costi dei vari servizi. Dovendo rispettare i parametri europei infatti, ogni bonus fiscale o taglio di tasse corrisponde a tagli di spesa, che non sempre tagliano inefficienze. Bisogna considerare che secondo le nuove regole di contabilità UE, il Pil italiano dovrebbe crescere automaticamente attorno all’1%, senza nessun aumento reale della crescita. Un dato nettamente evidente, anche se non in queste statistiche ma in quelle dell’OCSE, è la morte lenta del ceto del medio. Infatti il lavoro dovrebbe garantire una vita degna e questo lo fa sempre di meno anche nel Bel Paese.  Le disuguaglianze in Italia come in Europa crescono e danneggiano il Pil ma soprattutto la tenuta sociale in un Paese nel quale si parla molto (facendo poi poco) di immigrati e molto meno degli emigrati, i famosi cervelli che nel 2014 sono stati anche ufficialmente più di coloro che sono arrivati in Italia per cercare fortuna. L’Italia è oggi un Paese di emigrazione, forse il governo dovrebbe iniziare a vedere questa realtà.

Domenico Pellitteri

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