Crazy Heart: una leggenda del country che ritrova se stesso

Dal 5 marzo, in tutte le sale italiane, il film d’esordio dell’attore, sceneggiatore e regista Scott Cooper su un genere cult della musica americana e sui risvolti unici e insidiosi della vita on the road

 di Daniela Dioguardi

Jeff Bridges e Maggie Gyllenhall

A 57 anni suonati, Bad Blake (Jeff Bridges) è un cantante country la cui vita e la cui carriera sono ormai in caduta libera. Divenuto alcolista e incapace di resistere al conturbante fascino della vita on the road, Bad trascorre le sue giornate fra Texas, Colorado e New Mexico, suonando i suoi vecchi successi in bar e bowling di quart’ordine, dinanzi a un pubblico sempre più ristretto e attempato.

La migliore occasione di guadagno gli si presenta quando il suo manager (James Keane) gli propone di aprire un concerto del suo giovane ex protetto Tommy Sweet (interprete a sorpresa) divenuto popolare grazie agli insegnamenti del maestro e soprattutto alla decisione di sposare il New Country nelle sue declinazioni più marcatamente pop. Le condizioni precarie e l’assenza di valide alternative lo spingono ad accettare.

Intanto Bad continua il suo tour fra i locali più scalcinati e dimenticati del West America, ubriaco e arrabbiato, fino all’incontro, nel corso di una tappa a Santa Fe, con una giovane e bella giornalista, Jean Craddock (Maggie Gyllenhall) che gli cambierà per sempre la vita.

Fra i due nasce un’intensa storia d’amore che sopravvive, inizialmente, all’assodata immaturità di Bad  e alle infinite ansie di Jean, madre single, innamorata persa del suo piccolo Buddy e dotata di un senso di responsabilità a dir poco soverchiante.

Di fatto, un’imperdonabile “distrazione” rischierà di compromettere definitivamente il futuro della coppia, ma metterà, per la prima volta, Bad dinanzi a uno specchio: la scoperta di un uomo che ha smesso di lottare, cercando rifugio nell’alcol e nell’autocommiserazione lo condurrà a confrontarsi finalmente con i suoi limiti. Sarà l’inizio di un cammino verso una possibile redenzione, intrapreso anche grazie al prezioso aiuto di un vecchio amico, Wayne Kramer (Robert Duvall).

Tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Cobb, Crazy Heart ci presenta il ritratto di un uomo che ha inseguito il suo sogno ma che, allo stesso tempo, ha vissuto in maniera tanto incontrollata ed eccessiva da scivolare nella trappola dell’autodistruzione.

Scott Cooper e Jeff Bridges

Il regista Scott Cooper, nella costruzione del personaggio di Bad Blake, ha attinto direttamente dalla sua esperienza personale: sudista e coinvolto in prima persona nell’epoca malinconica della musica country, egli ha voluto racchiudere in Bad l’essenza dei suoi miti musicali, fragili antieroi, dissoluti e romantici. Come loro, Bad Blake è cocciuto, irresponsabile, dedito ai vizi e all’alcolismo ma è anche un inguaribile romantico, un’anima dolente, in grado di trasformare la sofferenza e la disperazione in autentica bellezza, in musica. E’ il miracolo dell’arte.

Così, è la musica la seconda, grande protagonista della pellicola: non è un caso che a comporre la colonna sonora siano stati chiamati due mostri sacri del country, T–Bone Burnett e il compianto Sthepen Bruton. Il primo, leggendario compositore e fervente sostenitore della musica dalle radici americane, conosciuto nella cultura pop contemporanea grazie alle indimenticabili colonne sonore di Fratello, dove sei? e L’amore brucia l’anima; il secondo, rinomato chitarrista, compositore e produttore discografico, scomparso alla fine della fase di produzione del film. Come ricorda l’amico Burnett: “C’è molto di Stephen Bruton in Bad Blake, perché Stephen ha vissuto la stessa vita, anche se in maniera più estrema”. In effetti l’affinità è notevole visto che Bruton ha trascorso buona parte della sua esistenza in tournée, di motel in roadhouse. Queste le sue parole di commento: “E’ una vita interessante. L’unica cosa reale è la performance. Non sei responsabile di quello che hai fatto il giorno prima e per un po’ è magnifico, ma può facilmente trasformarsi in un caso di sviluppo bloccato. Ad un certo punto, devi attraversare lo specchio”.

Le canzoni del film che spiccano maggiormente sono Hold on you, che viene utilizzata nel corso della pellicola come tema della colonna sonora e The Weary Kind, la ballata acustica che Bad Blake scrive nel corso della seconda metà del film e che rappresenta, in sostanza, la lezione che ha imparato dalla vita.

Ryan Bingham & the Dead Horses

Va, inoltre, segnalata la comparsa, all’interno della pellicola, del cantautore texano e del New Mexico Ryan Bingham dei Ryan Bingham & the Dead Horses, che interpreta Tony, leader del gruppo di supporto di Bad Blake alla sala da bowling e che ha scritto il brano portante, The Weary Kind.

 Una grande ispirazione nello scrivere i brani, sia per Burnett che per Bruton, è stato Jeff Bridges, attore ispirato e camaleontico oltre che bravissimo musicista. La sua interpretazione di Bad Blake, così intensa e vera, rimarrà sicuramente fra le più memorabili dell’attore americano, già ricordato per lo spettacolare ruolo di Drugo Lebowsky ne Il grande Lebowsky dei fratelli Coen.

Altrettanto impeccabile la prova offerta da Maggie Gyllenhall nel ruolo di una donna irrimediabilmente innamorata e in continua lotta con se stessa. E poi, da non dimenticare, la classe e l’esperienza di Robert Duvall che ritroviamo anche in veste di produttore del film.

Insomma, Crazy Heart è sicuramente un film confezionato per gli amanti del cinema americano in quanto offre una storia godibile che contempla l’amore, la sofferenza e la redenzione, il tutto velato da un moralismo in grado di porsi come necessario. Ma attirerà in egual modo, nelle sale, tutti gli appassionati della musica country e gli irriducibili fautori della vita on the road.

Complice una fotografia degna di nota (affidata a Barry Marcowitz), sarà difficile sottrarsi al fascino naturalistico del West USA, ruvido e selvaggio anche nella modernità. Così, la scena finale, girata all’Opera di Santa Fe (un complesso architettonico edificato in mezzo alle montagne colorate di Sangre de Cristo e Jemez), ci regala atmosfere scintillanti e, allo stesso tempo, drammatiche, divenendo non solo sintesi estetica di una vita sconfinata ma anche specchio di quell’irresistibile e salvifico senso di libertà che ognuno di noi, quasi furtivamente, si porta dentro.

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