Congo, la guerra senza fine

Tantalio, minerale che viene estratto dal coltan

GUERRA DI INTERESSE – Quella che inizialmente voleva chiamarsi una guerra fra etnie, è andata mano a mano prendendo il suo vero volto, trasformandosi in una guerra d’interessi nel quale gioco sono entrati Paesi confinanti e non in ultimo le nazioni occidentali che a secondo del caso hanno appoggiato una coalizione piuttosto che un’altra. La guerra continua a protrarsi tra gruppi di guerriglieri ed eserciti regolari e l’amministrazione centrale è troppo debole per esercitare un controllo sull’intera area. Un impegno massiccio dovrebbe scattare da parte delle nazioni ricche, ma questa guerra costante è troppo preziosa per le tasche delle multinazionali. L’Africa è una terra d’oro, ricca di risorse e giacimenti che solo lì sono presenti. L’ultimo fiorente business sorto recentemente è rappresentato dal coltan, anche chiamato “oro nero”. Questo minerale ultimamente ha acquistato un valore inestimabile per tutte quelle multinazionali impiegate nel mercato delle nuove tecnologie hi-tech; cellulari, computer, videocamere, Nintendo, ed altre sciccherie dell’industria del tecnologico vengono costruiti utilizzando questo materiale. Oltre ad alimentare le nostre industrie, le preziose materie prime estratte dal sottosuolo africano alimentano la guerra stessa. Intorno al florido mercato si è infatti scatenato un feroce contrabbando, dal quale gli stessi gruppi armati ricavano i loro proventi per poter sostenere i costi agli armamenti. Il problema principale rimane quello del controllo del mercato dei minerali, ma regolamentando il processo di circolazione di questo minerale si andrebbero a danneggiare gli interessi delle stesse multinazionali, che oggi possono comprarlo a prezzi molto più bassi rifornendosi e rifornendo tutte quelle fazioni che continuano a scontrarsi per il controllo del territorio.

MONUC – Dal francese “Mission de l’ Organisation des Nations Unies en République démocratique du Congo”, è la missione ONU di peacekeeping nata il 24 febbraio del 2000. Oltre ad essere l’operazione più alta in numero di persone è anche la più cara a livello di finanziamenti. Una volta giunti in territorio congolese, il compito dei caschi blu è stato quello di monitorare l’area, osservando che venisse rispettato l’ordine di disarmo raggiunto con la conclusione della seconda guerra africana (1998-2001). L’operazione è stata più volte criticata come inefficiente di fronte alle continue incursioni, razzie, persecuzioni, stupri, genocidi, che tutt’oggi continuano a verificarsi nelle terre del Congo. In passato la Bbc e il New York Times pubblicarono stralci di un rapporto riservato redatto da un gruppo di esperti Onu. Quello che ci si chiedeva, era come fosse stato possibile che: «venticinquemila caschi blu ingaggiati per le operazioni di peacekeeping, non fossero riusciti a bloccare una rete criminale molto ampia gestita dalle Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FdlR), rifugiatesi nel Kivu, est del Congo, dopo la sanguinosa guerra civile del 1994».
In effetti non stupiscono le accuse di lassismo e non interventismo, quando in un redatto dell’ONU, di pochi giorni fa, venivano segnalati più di 300 stupri avvenuti tra il 30 luglio e il 3 agosto scorsi, ossia nel solo giro di tre giorni.

Immaginare una fine, sperare un giorno nella parola pace, sembra impossibile pensando alle terre del Congo. Quella che viene combattuta è una guerra senza fine, dove bande di guerriglieri, eserciti regolari, gruppi di ribelli, si intercambiano di ruolo, una volta assassini, una volta assassinati. A pagarne il prezzo più alto è la popolazione civile, brutalmente massacrata senza distinzione di alcun genere. Bambini, donne, anziani, non vi è freno in questa guerra. Mentre il numero dei crimini commessi continua a salire nella lista dei morti e le popolazioni vanno decimandosi, c’è chi segue arricchendosi speculando sulla vita umana.

Foto | via http://t1.gstatic.comhttp://t3.gstatic.com; http://mydailyclarity.com

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