Condanna annullata. Tra prescrizione e assoluzione

All’indomani della sentenza della Cassazione sul reato Mills, caduto in prescrizione, prosegue il procedimento penale ai danni di Berlusconi

di Marco Luigi Cimminella

Silvio Berlusconi

“Il processo andrà avanti e voglio venirne fuori con un’assoluzione piena”. Queste le parole di Berlusconi in seguito alla decisione della Cassazione, secondo cui il reato di corruzione in atti giudiziari, di cui veniva accusato l’avvocato David Mills, è ormai caduto in prescrizione. Ciò naturalmente sta a significare che l’assoluzione, al legale inglese, non è stata affatto concessa. E se il corrotto non è stato assolto, perché dovrebbe esserlo il corruttore?

Secondo i giudici, il reato sussiste. Il legale britannico aveva infatti ricevuto una tangente da 600.000 dollari per testimoniare il falso, a favore del premier, in due processi che lo riguardavano. Ma i dubbi sulla sua prescrittibilità derivano da un problema di date. Difatti l’atto di corruzione è stato fatto risalire al novembre 1999, non più al febbraio 2000. Passati ormai dieci anni, subentra l’utile e comodo meccanismo della prescrizione, che non si limita solo ad amnistiare un reato, ma permette di mistificare la realtà.

In questo particolare caso, il fenomeno della prescrizione ha liberato l’avvocato Mills del terribile pensiero di trascorrere i prossimi quattro anni e sei mesi di vita in una squallida prigione. In più, la sentenza, letta volutamente in maniera errata, può contribuire a mascherare la realtà e a nascondere la verità al popolo elettorale, alla vigilia delle prossime regionali. Considerare scientemente una condanna annullata alla stregua di un assoluzione, significa travisare completamente l’oggettività dei fatti. Se la condanna è stata annullata è per prescrizione, non per assoluzione. E non si prescrive un reato se non sussiste il reato. Giochi di parole come questi hanno la capacità di far nascere dubbi e di alterare la realtà della vicenda. Fanno passare il colpevole (o meglio i colpevoli) per una vittima sacrificale del sistema, per un innocente ingiustamente perseguitato, trasformando il magistrato in un terrorista “talebano”.

La sede romana del CSM

Ed è così che, all’indomani della sentenza sul corrotto Mills, prosegue il processo che vede imputato ora solo il suo corruttore. I difensori del Premier avevano chiesto che il processo fosse rinviato fino a quando non fossero state chiarite le motivazioni alla base della decisione di dichiarare prescritto il reato di corruzione ai danni del legale britannico. Tali richieste sono state però seguite dal netto rifiuto della pubblica accusa, per la quale il rinvio sarebbe “una mera perdita di tempo”. Intanto Berlusconi, in attesa di prescrizione o di altre vie collaterali e ad personam, in egual modo efficaci, tuona contro il vero male dell’Italia, una magistratura politicizzata che mina le fondamenta della democrazia italiana. “Siamo in mano ad una banda di talebani”, ribadisce il Premier, aggiungendo che “essi accusano gli avversari politici e usano le armi della giustizia a scopi politici”. Forti critiche che sono andate a riempire ulteriormente il fascicolo, aperto presso la commissione del Csm (Consiglio superiore della Magistratura), che raccoglie tutte le dichiarazioni e le invettive, giustificate o meno, lanciate contro questa istituzione negli ultimi tempi. E intanto i giudici si difendono, attaccati e condannati solo perché cercano di fare bene il proprio mestiere. Troppo bene.

In fondo il problema è proprio questo. In Italia è diventato inammissibile, quasi intollerabile, non strizzare l’occhio e raggiungere un compromesso quando viene richiesto. La corruzione è divenuta ormai la regola, e la tangente il metro di misura della validità delle argomentazioni di un imputato. E poco importa se questo è colpevole.

Se è vero che i soldi non fanno la felicità, almeno garantiscono l’impunità. E, in alcuni casi, essa è un bene ancora più prezioso.

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