Com’è cambiato il mondo dopo l’11 settembre 2001

Roma – L’11 settembre 2001 molte vite sono cambiate, non solo quelle di tutti coloro che erano lì, dei loro parenti, dei newyorkesi, ma anche la vita di molti afghani, di molti americani, di molti italiani e non solo. È il mondo stesso che è cambiato, ponendoci di fronte alla necessità di usare nuove categorie per comprendere la realtà e la storia.

A essersi insinuato nelle vite di tutti è soprattutto il sospetto, il sospetto che deriva dalla paura e dall’ignoranza, il sospetto che serve quasi sempre a giustificare azioni di forza e che si nutre dell’atavica necessità dell’uomo di sentirsi sicuro nella propria casa, nel proprio Paese.

Il primo sospetto è avallato da molte teorie, quelle che vedono una genesi occidentale negli attentati al Word Trade Center, un complotto messo su ad arte per giustificare l’invasione statunitense in Afghanistan. Da quel terso giorno di settembre molti cittadini di tutti i Paesi del mondo si sono chiesti se davvero un aereo schiantatosi nei piani più alti di un grattacielo fosse sufficiente a far sedere su se stesso un edificio così imponente e – apparentemente – stabile. O se un normale volo di linea fosse realmente in grado di danneggiare un’ala del Pentagono. Chilometri di inchiostro e di pellicola sono serviti a raccontare questo punto di vista, ma certo non hanno chiarito la realtà. Ancora molti dubitano che dietro gli attentati ci sia davvero Al Qaeda.

Poi, passato l’iniziale disorientamento, è sopraggiunta la fase della diffidenza nei confronti del vicino di casa musulmano. Non sono stati pochi i casi, in molti Paesi, in cui cittadini di religione islamica sono stati perseguitati o discriminati per la loro fede, riportando alla memoria i giorni infelici in cui l’America, colpita a Pearl Harbour, si accaniva con ferocia contro i cittadini americani di origini giapponesi. In tutto il mondo la diffidenza e la discriminazione sono state corroborate da quell’attentato a cui, purtroppo ne sono seguiti altri in Europa.

Mentre l’Occidente cercava il modo per mettersi al sicuro, Bush non ha perso tempo, approfittando della rapidità che contraddistingue le forze armate statunitensi, il presidente – tra i meno amati della storia degli Usa – ha dato il via all’offensiva in Afghanistan, il 7 ottobre, nemmeno un mese dopo il crollo delle Twin Towers. E così la vita di moltissime persone in tutto il mondo è cambiata o è finita e gli Stati Uniti si facevano carico di un nuovo conflitto armato che andava ad aggiungersi alla guerra in Iraq, dove i risultati non sono ancora definiti.

Così è iniziata la crociata contro il terrorismo o forse la guerra per colonizzare un’area strategica del Medio Oriente, l’altro vicino di casa dell’Iran. Il primo, ricordiamolo, è l’Iraq in cui gli Stati Uniti si sono impegnati in epoche successive e in cui il petrolio ha giocato un ruolo essenziale.

Per molti il crollo delle Twin Towers rappresenta il crollo di una super potenza, di un’America che si sentiva inviolabile e invincibile, soprattutto grazie alla fine della Guerra fredda, un Paese sicuro, esportatore di “democrazia” grazie al suo hard power, un Paese la cui crisi economica sembra nascere proprio da quegli eventi. Ma del resto questo lo aveva fiutato lo stesso defunto – e nemmeno su questo ci sono certezze – Bin Laden, come si comprende da alcune intercettazioni successive all’11 settembre: l’intento era trascinare gli Stati Uniti in una guerra contro il mondo islamico che avrebbe sfiancato economicamente il Paese, portandolo verso il declino e la perdita sia dell’hard power – e i tagli alla difesa sono già stati previsti, come sa molto bene Leon Panetta – che del soft power, basato essenzialmente sulla stabilità economica e commerciale degli Stati Uniti.

Una spintarella imprevista verso la catastrofe arrivò poi dalla Federal Reserve e dal suo ex direttore Alan Greenspan

Osama Bin Laden

che, per reagire al caos e all’instabilità, decise di fornire ai mercati un elevato volume di liquidità e di abbassare ulteriormente i tassi sui Fed Funds – il tasso di interesse medio delle transazioni finanziarie che avvengono tra le principali banche americane e che influenza anche il tasso di interesse applicato ai prestiti ai consumatori sotto forma di finanziamenti, credito al consumo e mutui – ma questa misura fiscale che doveva rappresentare l’una tantum, la misura necessaria a stabilizzare i mercati, nel 2003 era ormai norma connaturata, producendo più danni che benefici.

È ancora una volta Greenspan che cerca di correre ai ripari puntando sul settore immobiliare e spianando la strada alla politica di prestiti subprime – prestiti erogati applicando un tasso di interesse superiore a quello del mercato a soggetti con una storia creditizia non limpida e che quindi non possono accedere al tasso di interesse corrente più favorevole – fattori che nel 2008 hanno portato alla bolla immobiliare di cui tutto il mondo sta pagando le conseguenze.

Non è un caso se molti vedono nel calo dei tassi sui Fed Funds – e quindi proprio nell’attacco dell’11 settembre – la causa dell’attuale crisi economica determinata dalla deregolamentazione e dalla politica fiscale che ha concesso grosse riduzioni sulle tasse proprio nel momento in cui il Paese stava entrando in guerra.

Dalla politica estera aggressiva di Bush, che col suo nazionalismo ha portato il Paese a un nuovo Vietnam – la differenza è che durante la guerra in Vietnam i ragazzi americani protestavano bruciando la bandiera Usa, mentre dopo l’11 settembre gli americani di ogni schieramento politico hanno orgogliosamente iniziato a sventolare la propria bandiera –  gli Stati Uniti sono poi passati al “Yes, we can” del presidente Barack Obama, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti, investito – forse proprio per la carica di significato che molti hanno attribuito al colore della sua pelle – di non poche responsabilità.

Obama sta cercando di fronteggiare tutti i problemi che gli Stati Uniti devono quotidianamente affrontare, cercando di dare un colpo alla botte e l’altro al cerchio, senza tralasciare la necessità di mantenere i consensi anche tra le fila dei Repubblicani: in pochi dimenticheranno lo scatto d’impazienza – insolito per un presidente che si è sempre mostrato estremamente morigerato – di Obama seduto al tavolo per decidere se innalzare o meno il tetto del debito Usa per evitare il default.

E mentre il globo terrestre si riconfigura, Obama deve affrontare la sfida della rielezione, cercando di raccontare la sua presidenza, la sua America, creando – se possibile – una narrazione piena di speranza e di sicurezza, proprio in questo momento in cui gli Stati Uniti, e non solo, sembrano non averne.

Un intero trattato andrebbe poi dedicato all’operato della Nato nel mondo dopo quel fatale giorno di settembre, soprattutto alla luce delle odierne dinamiche geopolitiche mediorientali, sintomo di un mondo che sta cambiando e che al suo centro vedrà, molto presto, una nuova potenza, molto più a Oriente di quanto possiamo immaginare.

La cosa certa è che gli americani stanno faticosamente capendo – dopo dieci anni di paura e incognite – che vivere in quello che si reputa il miglior Paese del mondo non vuol dire vivere in un Paese perfetto.

Francesca Penza

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