Cina – Egitto: la collaborazione che indispettisce gli Stati Uniti

Hu Jintao e Mohamed Morsi

Mohamed Morsi e Hu Jintao nel bilaterale del 29 agosto scorso

Il Cairo – Ai tempi di Hosni Mubarak, gli Stati Uniti d’America hanno rappresentato per l’Egitto un referente di primo ordine, impegnati negli aiuti e sicuri di un appoggio, se non esplicito quanto meno velato, alle spesso impopolari decisioni di politica estera.

Al contempo però, l’eterno presidente egiziano ha mantenuto una proficua collaborazione, politica ed economica, con la Cina, proseguendo così una storia di relazioni che aveva preso il via nel lontano 1956, appena tre anni dopo la deposizione di re Faruq, e sotto la presidenza di Gamal Abd al-Nasser, che proprio dell’allontanamento dagli Usa aveva fatto un caposaldo della sua presidenza.

Con i moti della primavera araba, e l’elezione democratica del nuovo presidente egiziano Mohamed Morsi, i rapporti tra i due paesi non hanno conosciuto alcun momento di crisi, e anzi si sono rafforzati vigorosamente, in particolar modo nel settore economico e finanziario.

Lo scorso 29 agosto, durante la prima visita compiuta da Morsi al di là dei paesi del Medio Oriente, il presidente cinese Hu Jintao ha accolto l’omologo egiziano come un «nuovo amico», il quale ha, a sua volta, definito le relazioni Egitto-Cina «di vitale importanza» per lo sviluppo dell’economia del suo paese.

In ballo tra i due paesi, infatti, non vi sono soltanto rapporti di ambasciata, incontri presidenziali o sterili conferenze stampa, ma somme di denaro importanti per l’Egitto che, nella classifica del Pil pro capite, occupa soltanto il 103° posto, mentre in quella che racchiude la ricchezza intera prodotta dai paesi, è al 26° posto, davanti cioè a economie fortemente sviluppate come Belgio, Svezia, Svizzera e Norvegia.

In particolare, il governo di Wen Jiabao (in carica dal 2003) ha disposto l’avvio di investimenti nel paese arabo per 3 miliardi di dollari, ai quali si aggiungono, a partire dallo scorso agosto e progressivamente, 75 milioni in sovvenzioni, 200 milioni di prestito commerciale a condizioni estremamente favorevoli, e un “dono” di 300 autovetture fabbricate in Cina, che andranno a far parte della dotazione del ministero dell’Interno egiziano.

Proteste anti Usa

Le proteste contro gli Usa in Egitto hanno scatenato la reazione di Obama

Al di là della collaborazione economica, il rinvigorirsi dei rapporti tra Cina ed Egitto non può che suscitare reazioni di sospetto negli Stati Uniti d’America, i quali intrattengono relazioni economiche di fondamentale importanza con il gigante asiatico, ma che sono perennemente ai ferri corti sulle questioni che riguardano i diritti umani e la politica estera.

Le recenti, violentissime, proteste dei popoli islamici per “Innocence of Muslims”, il film ingiurioso su Maometto girato e diffuso negli Stati Uniti dall’americano-israeliano Sam Bacile (grazie ai contributi di  esponenti delle comunità ebraiche israeliane e anche del reverendo Terry Jones, ormai celebre per il rogo di decine di copie del Corano) e l’attacco alle ambasciate statunitensi in Egitto, hanno spinto il presidente Barack Obama a dichiarazioni di fuoco.

«L’Egitto non è né allenato né amico degli Stati Uniti, ma neppure un nemico», ha detto Obama, aggiungendo che il governo del Cairo ha l’obbligo e il dovere di proteggere la sede dell’ambasciata statunitense, per evitare situazioni simili a quella libica, dove l’assalto al consolato di Bengasi ha prodotto quattro morti, tra i quali l’ambasciatore statunitense Chris Stevens, e per la quale il governo libico ha presentato le proprie scuse agli Usa.

La nuova escalation di violenza nel Maghreb e nei paesi storicamente “ostili” agli Stati Uniti (Afghanistan, Pakistan, Iran, Egitto) si aggiunge inoltre al conflitto in Siria, sul quale ormai da mesi la comunità internazionale si interroga, non riuscendo però a trovare un accordo che possa mettere fine alla mattanza di civili ordita da Bashar al-Assad.

La Cina e l’Egitto, quest’ultimo membro della Lega Araba favorevole a un salvacondotto per l’esilio di Assad, hanno infatti ammonito che non sosterranno in alcun modo un intervento militare nel paese, facendo così quadrato, insieme alla Russia, contro l’eventualità di un attacco ad Assad, idea questa proposta sia dagli Usa che dalla Francia, e invece esclusa dal ministro della Difesa tedesco Thomas de Maizière.

É dunque evidente che, allo stato attuale delle cose, l’Egitto, con il suo nuovo governo democratico, appoggiato dai Fratelli Musulmani ed espressione di un Islam più radicale, si stia sempre più allontanando dall’America e dall’Occidente, guardando a nuovi partner nel mondo arabo e nei paesi, come Cina e soprattutto Venezuela che hanno spesso fatto dell’odio agli Stati Uniti una bandiera da sventolare in molteplici occasioni.

A Morsi, e al buon senso del governo egiziano, spetteranno scelte difficili, capaci di distendere i rapporti e normalizzare la situazione attuale, senza porsi come nuovo nemico dell’occidente, così come già accaduto con l’Iran.

Stefano Maria Meconi

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