Celtic, you’ll never walk alone. Quando la partita la vincono i tifosi

L'incredibile spettacolo offerto dei tifosi del Celtic prima del match con il Barcellona (dailyrecord.co.uk)

Per capire certe partite bisogna partire dalla fine, ma non necessariamente dal risultato. Dalle statistiche di un match, ad esempio. Tiri verso la porta: Barcellona 23, Celtic 5. Tiri nello specchio: Barcellona 14, Celtic 5. Possesso palla: Barcellona 89%, Celtic 11%. Passaggi completati: Barcellona 955, Celtic 166. La partita è finita 2-1. Per il Celtic.

Doveva essere un match come tanti per il Barça, anzi, forse più facile degli altri. I biancoverdi sono in testa nel campionato scozzese, ma definire primitivo il loro calcio è quasi un complimento. I bhoys di Lennon raramente mettono la palla a terra: scodellano a ripetizione lanci dalla difesa e cross dalla trequarti (dal fondo, se proprio l’azione supera i tre passaggi). Tutti a cercare la testa di Samaras. Il greco lavora di gomiti e fisico, poi si vede cosa succede.

Il Barça, beh, è il Barça. La squadra che ha elevato all’ennesima potenza il gioco palla a terra, il tique-toque made in Guardiola prima e Villanova poi. Xavi, Iniesta, Pedro, Sanchez, Mascherano, Messi. Dovunque ci si guardi attorno a centrocampo si vede un fenomeno. La palla alta è contemplata solo se c’è da calciare verso la porta.

Poi, un mercoledì di Champions come un altro, o forse anche più facile, entri al Celtic Park e capisci dal primo calpestìo dei tacchetti nel tunnel che tutta la cultura calcistica del mondo è appena andata a farsi benedire. L’urlo di 60 mila gole fa vibrare le fondamenta. Lo sventolìo di 60 mila sciarpe sembra un uragano pronto ad abbattersi. Entri sul prato e un’immensa scritta “125 Celtic” ti fronteggia faccia a faccia, invadendo la tribuna centrale. Una sconfinata ed a tratti inquietante croce celtica attraversa i due anelli della curva. Il verde dell’erba si fonde con quello delle tribune, un tutt’uno tra tifosi, prato, Celts. E quell’urlo, Celtic, Celtic, soffoca persino la musica della Champions e il fischio dell’arbitro.

Xavi, Iniesta, Pedro, Sanchez, Mascherano, Messi: benvenuti all’inferno calcistico. Benvenuti nel posto nel quale, al primo tiro decente dalla bandierina, il semisconosciuto keniota Wanyama (fratello minore di MacDonald Mariga, dell’Inter) salta come una pantera e scaraventa il cuoio alle spalle di Valdes. Benvenuti nel posto in cui il maldestro Fraser Forster diventa un muro di gomma, davanti ai 7,32 per 2,44 della rete. Benvenuti nel posto in cui il destro infallibile di Xavi cicca il pallone come l’ultimo dei dilettanti, e spedisce dritto in porta il 18enne Anthony Watt, per il gol che ricorderà tutta la vita.

Quando la Pulga riesce a riemergere dalle fiamme dell’ade biancoverde, il triplice fischio dell’arbitro è troppo vicino per trasformare l’inferno in purgatorio. Dove non arrivano i piedi, arriva il cuore. Dove neanche il cuore può nulla, solo uno stadio come il Celtic Park riesce a trasformare la vittima in carnefice, il torturato in aguzzino. Il dodicesimo uomo. E anche il tredicesimo.

Buon 125esimo compleanno, Celtic. Con dei tifosi così, you’ll never walk alone.

Francesco Guarino

LA COREOGRAFIA DEL CELTIC PARK PRIMA DELL’INCONTRO COL BARCELLONA:

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