Celestini al Vittoria di Roma con Discorsi alla Nazione

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Ascanio Celestini durante la sua performance

Roma - Ironico, sarcastico, divertente, ma anche provocatorio. Così si è presentato Ascanio Celestini ieri sera nella sua prima Discorsi alla Nazione al Teatro Vittoria di Roma, nel cuore di Testaccio dove rimarrà fino al 20 ottobre. Uno spettacolo (di circa due ore) amaro e allo stesso tempo piacevole, una scenografia scarna e cinque i personaggi interpretati da Celestini. Tutti inquieti, illuminati da una luce fioca, si raccontano, dandoci un quadro della loro vita privata e della violenza che alberga nel loro animo, figlia e allo stesso tempo madre della realtà che si trovano a vivere.

Vivono nello stesso condominio in un metaforico Paese contemporaneo o futuro che attraversa una surreale guerra civile, tutti cittadini (o meglio sudditi) di uno Stato in rovina, dilaniato da una guerra tra aspiranti tiranni. Nella luce scura e blu del palco, con il rumore di una pioggia incessante resa dal cadere cadenzato di una goccia d’acqua, si snodano le loro storie con flussi di coscienze disturbate, allucinazioni d’interni, cittadini spettrali che covano istinti omicidi, frustrazioni sobbollenti. Il quadro di un Paese in decomposizione, dove è in corso questa guerra civile senza che nessuno se ne renda conto, dove i cittadini si sono arresi a un destino da sudditi e dove ci si appella al portiere perché tolga cadaveri ingombranti davanti alla porta.

Locandina

Locandina dello spettacolo

«Ho immaginato alcuni aspiranti tiranni che provano ad affascinare il popolo per strappargli il consenso e la legittimazione», racconta Ascanio Celestini. «Appaiono al balcone e parlano senza nascondere nulla. Parlano come parlerebbero i nostri tiranni democratici se non avessero bisogno di nascondere il dispotismo sotto il costume di scena dello Stato democratico». Per l’attore il tiranno è chiuso nel palazzo. Non ha nessun bisogno di parlare alla massa, ma ogni tanto si deve mostrare, deve farsi acclamare soprattutto nei momenti di crisi quando rischia di essere spodestato. Quindi si affaccia, si sporge dal balcone del palazzo, rischiando di diventare un bersaglio.

All’inizio dello spettacolo, una radio accesa con uno dei discorsi presi ad esempio, quello fatto da Bettino Craxi in Parlamento nel ‘92, quando sostenne che buona parte del finanziamento politico fosse irregolare o illegale: partendo da questo presupposto lui disse chiaramente che il sistema poteva essere considerato persino criminale. “Interessante, se risentito a distanza di vent’anni”. Esordisce Celestini, tanto da citarlo nello spettacolo, insieme alla voce di altri politici, del presente e del passato come Mao, Khomeini (che parla in persiano), Bush con la dichiarazione di guerra ad Al-Qaeda, Berlusconi e alcuni pontefici.

Ascanio si confessa dunque (sia all’inizio che alla fine dello spettacolo e sottolineandolo più volte) un italiano di sinistra .Nel discorso finale rilette sul significato di come in realtà tirannia e democrazia siano due facce della stessa medaglia e che la sopraffazione del più debole sia propria della natura umana. «Siamo tutti uguali, pure i negri… Beh, oddio, i negri con quei nasi…. » ,dice l’attore vestito con jeans attillati, giubbotto di pelle e l’immancabile barbino che gli incornicia il volto di elfo malizioso. Dunque alla fine messaggio è forte e chiaro: destra, sinistra, tiranno, suddito… siamo tutti uguali. In un modo o nell’altro, ma siamo tutti uguali: tutti razzisti, tutti ipocriti.

Chiara Campanella

Foto via iltaccodibacco.it; newspettacolo.com; frescodiweb.it

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