Caso Doina Matei. Giustizia in semilibertà, Facebook in cella

Roma – Se Facebook ferisce, Facebook punisce. Non sarà strumento giudiziario, ma nell’era della globalizzazione bisogna farci i conti.

Così la vicenda di Doina Matei, rumena, 29 anni, che nel 2007 infilò un ombrello nell’occhio di Vanessa Russo, 23 anni, per una banale lite nella metropolitana di Roma uccidendola, potrebbe suggerire qualche osservazione.

IL CASO – Nove mesi fa la Matei ha ottenuto la condizione di semilibertà dopo la condanna a 16 anni per omicidio preterintenzionale con il permesso di dormire all’esterno della struttura penitenziaria, la possibilità di recarsi a lavoro e un permesso premio in ragione della buona condotta. Poi scoppia la polemica: la ragazza posta su Facebook qualche selfie in pose sorridenti e bikini e il popolo della Rete si infuria. La protesta arriva al Magistrato di Sorveglianza il quale revoca la semilibertà alla detenuta e il ministro della Giustizia Andrea Orlando corre a spiegare, in sede di interrogazione parlamentare, che non ci sono «vuoti di tutela» e che «il nostro ordinamento già prevede meccanismi idonei a reprimere e sanzionare le violazioni delle prescrizioni connesse alla concessione dei benefici penitenziari». Felice di sentirglielo dire, ma le violazioni nel caso specifico rimangono pasticciate.

TRA TELEFONO E INTERNET – Dice Orlando: Doina doveva attenersi all’«utilizzo limitato e predeterminato del telefono cellulare, che era stato autorizzato esclusivamente per comunicare con l’istituto di pena, con l’UEPE, con il datore di lavoro e con singole persone previamente individuate». «L’accesso al social network, in considerazione della natura e della diffusività dello stesso, consente alla condannata di intrattenere rapporti con un numero indefinito di soggetti, ulteriori e diversi da quelli preventivamente individuati ed autorizzati nel provvedimento di concessione del beneficio, realizzando in tal modo la violazione delle prescrizioni imposte».

Posto che Orlando ha capito la ragione sociale del social network, identificare cellulare e social è roba da cavernicoli della Rete. Dopodiché la questione va risolta: la violazione di Doina è stata nell’abuso del cellulare, nell’avere aperto un profilo Facebook o nell’essersi fatta ritrarre sorridente? Perché la faccenda prende una tinta diversa rispetto alla risposta giacché ad essa è legata la revoca della pena alternativa.

DISCREZIONALITA’ - Nei primi due casi si evince il mancato rispetto di condizioni di condotta che la norma della semilibertà non prevede essendo legge del 1975, evo trapassato in cui i telefoni non scattavano foto né davano modo di condividerle in un mondo virtuale ancora da inventare.

Aggiornare la legge 354 dell’Ordinamento penitenziario sarebbe auspicabile, come pure dare una risposa politica a lungo termine su argomenti il cui valore contribuisce oggi a definire la qualità di vita: se la ragione della semilibertà è anche quella del reinserimento e la risocializzazione del detenuto, il social network va o meno considerato uno strumento di socializzazione? Va o meno consentito e limitato? Se si, come? L’aggettivo lo lascia credere, dalle parti di Orlando che si dice, solo che non ci sono ‘vuoti di tutela’?

doina matei-today.it

Doina Matei in uno degli scatti apparsi sul suo profilo Facebook (Today.it)

Se la sospensione della pena alternativa è, invece, da cercare nello stile della detenuta fotografata, la faccenda è ancora più insidiosa giacché le foto sono salite agli onori delle cronache dopo la luce accesa dai media e la conseguente furia dei parenti di Vanessa, utenti e elettori. Dopodiché è naturale che questi si imbestialiscano ritenendo oltraggioso il sorriso in bikini e i soli 9 anni di carcere effettivi scontati da Doina.

Comprensibile è pure la reazione del Giudice di Sorveglianza il quale ha ritenuto miglior cosa ritirare il beneficio.

Detto questo, però, la faccenda va studiata: se la sospensione alla semilibertà è stata determinata dall’indignazione popolare scatenata dai pochi anni trascorsi dalla donna in carcere, la magistratura nega se stessa quando si affretta a ritirare per prudenza quel che permise per giustizia, dando ragione a chi lamenta un eccesso di morbidezza e discrezionalità nell’applicazione della pena. Orlando cosa ne pensa? Va tutto bene? E Renzi, grande appassionato di Twitter al quale non sarà sfuggita la buriana mediatica degli utenti indignati, cosa ha intuito della pessima opinione diffusa che la Giustizia gode tra i cittadini?

Sennò quel che resta è solo qualche selfie.

Chantal Cresta

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