Caso Abu Omar. La Cassazione riapre il processo: «Ombre sul segreto di Stato»

Abu Omar, Cassazione riapre il caso, processo Pollari e Mancini

Abu Omar, l'ex imam di Milano sequestrato nel 2003 dalla Cia

Roma – Sono passati quasi nove anni, poco meno di due da quella famosa sentenza di appello che, facendo leva sul famoso “segreto di Stato”, sembrava aver messo la parola fine a tutta la vicenda. I diretti interessati pensavano finalmente di poter dormire sonni tranquilli, invece ecco giungere il colpo di scena.

Si fa riferimento al caso di Abu Omar, l’ex imam di Milano, estremista e fiancheggiatore del terrorismo islamico, rapito nel febbraio del 2003  nella capitale lombarda da alcuni agenti della Cia e un maresciallo dell’Arma dei Carabinieri, mentre si recava nella moschea milanese. In seguito Abu Omar (il suo vero nome Hasan Mustafa Ismail) fu trasferito in Egitto, dove fu recluso, interrogato e, secondo la sua testimonianza, torturato e seviziato.

L’ex imam, prima di essere sequestrato dagli agenti della Cia, era al centro di un’indagine, svolta dalla procura di Milano, in merito alla partecipazione ad organizzazioni fondamentaliste islamiche.

Fu liberato dopo un anno di detenzione in Egitto, per poi essere arrestato nuovamente. Ciò perché avrebbe violato il patto di non raccontare le torture subite in prigione in cambio della liberazione.

Rilasciato una seconda volta, ad Abu Omar fu negata l’estradizione in Italia, dove lo avrebbe atteso un’ordinanza di arresto per le attività di terrorismo, da parte delle autorità egiziane. Anche in questo caso l’ex imam denunciò le violenze subite durante il periodo di detenzione e di aver rifiutato una somma di 2 milioni di dollari e la cittadinanza, offertegli dalla Cia in cambio del suo silenzio sull’intera vicenda.

Molto complesso l’intero iter processuale del caso. Dalle indagini svolte dai procuratori aggiunti Armando Spataro e Ferdinando Pomarici, furono rinviati a giudizio i 26 agenti della Cia responsabili del sequestro. A questi si aggregarono anche Nicolò Pollari, vertice del Sismi, e il suo secondo Gustavo Pignero, Marco Mancini, Raffaele Ditroia, Luciano Di Gregori e Giuseppe Ciorra (anche questi ultimi quattro appartenenti ai servizi segreti italiani). Bisogna aggiungere che alcuni di loro erano coinvolti anche nelle vicende dell’archivio segreto di Via Nazionale (centinaia di dossier relativi a giornalisti, magistrati e numerose personalità della politica del centrosinistra scoperti nel 2006) e  Telecom-Sismi (relativo alle intercettazioni illegali effettuate da alcuni responsabili della sicurezza della Telecom).

Per quanto concerne la richiesta di estradizione degli agenti americani, l’allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli,si è sempre rifiutato d’inoltrarla agli Stati Uniti. Con l’insediamento al governo del centrosinistra, fu presentato un ricorso alla Corte Costituzionale per violazione del segreto di Stato da parte degli inquirenti nel corso delle indagini. Stessa linea di condotta fu adottata in seguito dal governo Berlusconi.

Nel novembre di tre anni fa giunge la sentenza di primo grado (confermata nel dicembre 2010). Condannati gli agenti della Cia (8 anni per Robert Seldon Lady, il capocentro Cia di Milano, 5 anni per gli altri 22 agenti dei servizi segreti statunitensi), Pio Pompa e Luciano Seno del Sismi (per entrambi 3 anni di reclusione). Il non luogo a procedere, invece, per Mancini e Pollari, decisione motivata dal segreto di Stato. Risarcimento di un milione e mezzo di euro per Abu Omar e la sua famiglia: somma che attualmente non ha ancora ricevuto.

Arriviamo al presente, più precisamente a tre giorni fa. La Corte di Cassazione riapre il caso e stabilisce che Pollari e Mancini devono essere riprocessati. Motivazione? Esisterebbero ombre sul segreto di Stato per com’è stato interpretato nel processo d’appello davanti alla Corte di Milano. Inoltre la Cassazione ha convalidato le condanne inflitte ai 23 agenti della Cia (seppur ormai irrintracciabili), Pompa e Seno.

Riguardo alle condanne definitive per gli agenti statunitensi, il governo americano ha esternato  disappunto e delusione dopo aver appreso la notizia. Uno schiaffo diplomatico bello e buono.

Il diretto interessato, Abu Omar, al contrario non può che esprimere profonda gioia per la decisione della Cassazione, anche se prova tristezza per la questione del risarcimento, rimasta in sospeso. «Spero che il governo italiano mi renda giustizia e mi indennizzi – fa sapere l’ex imam da Alessandria d’Egitto – senza ostinarsi come hanno fatto i governi precedenti nei confronti della mia causa».

Abu Omar, Cassazione riapre il caso, processo Pollari e Mancini

Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi

Per Armando Spataro, che coordinò all’epoca dei fatti le indagini con Ferdinando Pomarici, si tratta di una vittoria «perché accerta definitivamente la verità storica dei fatti» e «conferma che il segreto di Stato non può essere una causa d’impunità generale».

Effettivamente questo vincolo giuridico è spesso servito da paravento agli scandali e agli irriferibili intrighi dei governi e dei servizi segreti. Basti ricordare alcuni casi in cui è stato invocato: la vicenda di Augusto Cauchi (in riferimento alla strage dell’Italicus), terrorista nero fatto espatriare nel 1974, e le indagini sul comportamento del Sismi che, recuperato in Uruguay l’archivio di Licio Gelli, decise di restituire alle autorità sudamericane due fascicoli riguardanti due politici italiani. Lo scandalo Telecom-Sismi, l’archivio segreto di Via Nazionale o, per questioni più personali,  i lavori di ristrutturazione di Villa Certosa sono altri casi analoghi.

Da non dimenticare che nel 2009 la Corte Costituzionale ha stabilito l’esclusione del sindacato giurisdizionale sull’individuazione delle notizie che possano costituire segreto di Stato, rimanendo l’esercizio di questo potere prerogativa esclusiva del Parlamento (nello specifico del Copasir).

La sentenza della Cassazione rappresenta, quindi, una novità su questo fronte, e ci si augura che non rimanga un caso isolato. «In certi casi pubblicare alcune notizie potrebbe causare danni di portata ben più vasta» si giustificano i sostenitori del segreto di Stato. Danni nei confronti di chi? Sicuramente no al diritto d’informazione.

Giorgio Vischetti

foto|| grr.rai.it; lasestina.unimi.it; apulianews.it

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