
Burkina Faso, senza cibo e senza acqua: la storia infinita dei profughi del Mali
Ouagadougou - Secondo Medici senza frontiere sono circa 160 mila i rifugiati maliani in Burkina Faso, Mauritania e Niger che non hanno acqua né cibo. Una delle situazioni più difficili riguarda proprio il Burkina Faso, dove, accanto al sovraffollamento dei centri, a complicare il quadro ci pensano anche il clima, con l’avvicinarsi della stagione delle piogge e la situazione politica del Mali.
I campi profughi del Paese rappresentano per molti l’unica via di scampo dalla guerra civile che è in corso nel vicino Mali. Qui, dal 2008 si sono riacutizzate le tensioni nel Nord tra il gruppo etnico Tuareg – accusato di sostenere la ribellione ancora latente nella regione di Kidal, al confine con quella di Gao – e le etnie maggioritarie nel Paese, tensioni a cui si sono susseguite violenze e rappresaglie di ex miliziani filo-governativi contro i Tuareg ribelli.
Il 22 marzo 2012 alcuni soldati ammutinati hanno preso il controllo dei media e delle istituzioni maggiori con un colpo di Stato. Inoltre, solo ieri, quarantotto ore dopo il suo annuncio, è stato bloccato il progetto di fusione tra i ribelli Tuareg e il gruppo islamista Ansar Dine nel nord del Mali a causa di disaccordi di fondo, compresa l’applicazione della legge islamica.
In questo clima, la fuga nel vicino Burkina Faso sembra essere l’unica via di salvezza. Il problema è, però, che i centri che dovrebbero ospitare i profughi – spesso accampamenti improvvisati – sono strapieni e il tracollo sembra vicino. Un medico dell’associazione umanitaria Medici senza frontiere racconta così la situazione: «Stiamo riscontrando infezioni alla pelle dovuta alla scarsa igiene e alla mancanza d’acqua. Inoltre molti rifugiati sono donne e bambini: categorie vulnerabili dal punto di vista sanitario».
Le previsioni per il prossimo futuro non sono rosee, la stuazione è in stallo e rischia di rimanere così per un pò: in Mali i problemi tra Nord e Sud sembrano di difficile risoluzione nel breve periodo e questo significa, per le migliaia di profughi ospitati negli Stati confinanti, che il loro rientro a casa è ancora molto lontano.
Inoltre, con la stagione delle piogge in arrivo, c’è un problema tecnico. relativo alla distribuzione degli aiuti. Proprio Medici senza frontiere ha chiesto all’Onu «di aumentare e accelerare la distribuzione degli aiuti in Burkina Faso, Mauritania e Niger prima che la stagione delle piogge renda la distribuzione degli aiuti ancora più difficile».
Una delle situazioni più critiche è nel campo improvvisato di Mbera, in Mauritania, che si trova nel bel mezzo del deserto. Qui, i residenti condividono una latrina ogni 220 persone, ricevono solo 11 litri d’acqua a persona al giorno e il cibo non è adatto ai bambini.
Il risultato generale è che in questi campi profughi le condizioni di vita sono di molto al di sotto degli standard dell’aiuto internazionale. Inoltre, proprio la bassa qualità della vita all’interno di queste strutture è spesso causa di malattie. Sempre a Mbera, per esempio, 4 persone su 10 presentano infezioni respiratorie e 2 su 10 hanno la diarrea, a queste seguno le infezioni della pelle e la malnutrizione infantile.
Dominga D’Alano