Bruce Springsteen e il potere concettuale del rock’n'roll

Copertina dell'album

Il discorso è semplice ma universalmente riproposto come un mantra esistenziale: è possibile cambiare lo stato delle cose con l’ausilio delle note e, soprattutto, della potenza delle parole di una canzone? Qualsiasi sia la nostra o la altrui risposta, ce ne restiamo sempre, per forza di cose, a barcollare nel limbo della paura di incompiutezza, nell’indecisione e nell’inquietudine di non aver comunque a disposizione solidi ed istituzionali punti di riferimento socio-politici capaci di rivoltare effettivamente la frittata generale.

Poteva mai mancare, però, all’appello il “boss” Bruce Springsteen, specialmente in uno dei periodi più difficili della storia contemporanea? Ovviamente no, se è ancora possibile (eccome se lo è) equiparare la sua grandezza artistica a puro sinonimo di necessità discorsiva proprio per quanto riguarda una contemporaneità che, dai primi storici passi di Greetings from asbury park, N.J non ha mai davvero smesso di essere attento e fondamentale oggetto di analisi introspettiva per ciò che concerne un corpo in dissoluzione, quello degli Stati Uniti d’America, mai realmente nato o quantomeno realizzato nei propri personalissimi intenti evoluzionistici.

Da sempre portavoce di un sogno umano troppo presto sfociato in disillusione ed esternato eternamente in maniera cruda e diretta pur di arrivare a toccare le corde dell’anima di esseri umani prima ancora che ascoltatori (lo dimostrano in maniera eccellente capolavori come Nebraska, lo steinbeckiano The ghost of Tom Joad, il cupo e settembrino The rising, Devils and dust e, soprattutto, il recupero di un mentore come Pete Seeger per le splendide Seeger sessions), l’attuale recessione socio-economica ha, per il boss, ricoperto il ruolo di fulcro per gli undici brani inediti (tredici se si scarica il disco da iTunes) di Wrecking ball, imminente diciannovesimo e, come sempre, importante album in studio per il rocker del New Jersey, questa volta, seppur sempre forte della sua intramontabile E Street Band, purtroppo orfano dell’insostituibile sassofono di Clarence “big man” Clemons (che comunque compare in un paio di brani registrati o adattati prima della sua recente scomparsa).

Quel «place we really want to go» tanto acclamato dall’ormai lontana Born to run, dunque, sembra essere morto e sepolto, stando a quello che dicono le parole dello stesso Springsteen durante la conferenza stampa di lancio del disco: «Ho trascorso la mia vita a valutare la distanza tra la realtà americana e il sogno americano. Le persone hanno perso le loro case e nessuno è andato in galera. Non c’era nessuna voce a gridare quanto tutto questo fosse assolutamente scandaloso». Le voci, in realtà, ci sono sempre state (per prima la sua), ma non è mai stato presente nessuno a raccoglierle con costanza e dedizione alla causa collettiva, come dimostrano già le reali storie di fine ’800 da puro western crepuscolare.

Non è, dunque, un mero caso se l’album si apre con una vera e propria dichiarazione di necessari intenti: occorre prendersi cura di se stessi «wherever this flag’s flown» (We take care of our own, primissimo brano ad essere stato lanciato in rete e nei circuiti radiofonici in preventivo all’uscita dell’album) perché si è completamente soli nel marasma delle abitudini da puro e disumanizzante merchandising esistenziale, condizione non risolvibile ma potenzialmente ripristinabile con la sola forza del senso di fraterna unione tra consanguinei storicamente verificabili, leitmotiv che, dall’alba dei primi pensieri impressi su pentagramma, sembra davvero non essersi mai sbiadito nell’insieme delle convinzioni / convenzioni springsteeniane.

Bruce Springsteen durante una delle sue effervescenti esibizioni live

Il solito sano rock’n'roll da vero “boss” ritorna, quindi, con salutare appiglio ma spesso e volentieri anche a braccetto con le svariate esperienze folk (Seeger sessions su tutte) specialmente in brani come Easy money, (solida e diretta conseguenza del discorso fin qui intrapreso) o Shackled and drown, forse la miglior maniera di ristrutturare quel necessario (e mai dimenticato) ponte con le proprie personali radici al fine di non perdersi nelle consuete divagazioni strabordanti dalla consapevolezza del proprio essere, seppur in maniera ancora più determinata e prossima ad un certo significato (più morale che pratico) di violenza rigeneratrice, come ben testimonia Death to my hometown («Send the robber barons straight to hell»).

Ma il senso di positività da sempre caratteristico di una delle personalità musicalmente più effervescenti e coinvolgenti della storia del rock, nonostante le quasi sessantatre primavere (chi ha avuto modo di assistere ad un qualunque suo concerto sa bene di cosa stiamo parlando), torna immediatamente in superficie con esempi quali la stessa Wrecking ball, già conosciuta dagli appassionati per via di un ep live omonimo ma qui riproposta in chiave diversa grazie alla presenza di fiati comunque consoni al conferimento dell’impatto necessario per la trasmissione di nuovi sogni e recuperi di un passato mai del tutto cancellabile dalle memorie di una vita intera, vale a dire quella forza vitale carica di speranza e suggestione che consente di salire sul fatidico “treno” delle nuove illusioni citato nella splendida Land of hope and dreams (forse il miglior tassello del puzzle complessivo) che, oltre agli avvolgenti accenni gospel iniziali, tanto ricorda, tematicamente (anche se con molto meno rancore), quel capolavoro che era Across the border (da The ghost of Tom Joad) a causa della sempreverde idea di fuga concettuale (per quanto ormai poco fattibile) dalle difficoltà ed inettitudini della vita moderna così inaccettabili da spingere comunque al credere in se stessi evocato dalla finale We are alive, un cosciente grido orientato verso il risveglio di una memoria di se stessi troppo presto archiviata come crollo delle possibilità di sviluppo ideologico.

«Our souls will rise to carry the fire and light the spark, to fight shoulder to shoulder and heart to heart» è, così, il solido motto con il quale il boss chiude il suo nuovo, ennesimo, grido di speranza. Ma il dilemma resta: è l’inizio di un risveglio effettivo o un ennesimo (per quanto immortale) tentativo di rianimare coscienze troppo assopite per credere di essere reali? Come sempre, staremo a vedere.

Stefano Gallone

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