Booksboarding. Libri all’imbarco

Serbia, Come l’aria, Melinda Nadj Abonji, traduzione di Roberta Gado, Voland, 2012

Finalmente disponibile nella traduzione italiana, Come l’aria – titolo originale Tauben fliegen auf (Jung und Jung Verlag) – ha vinto l’edizione 2010 di uno dei più prestigiosi premi letterari tedeschi, il Deutscher Buchpreis, riconoscimento significativamente assegnato per la prima volta a uno scrittore d’origine straniera. Autrice di questo romanzo è infatti Melinda Nadj Abonji – nata nell’allora Jugoslavia, oggi Serbia, e cresciuta in Svizzera – che in queste pagine narra, riprendendo le sue origini e gli spostamenti che realmente hanno segnato la sua esistenza, la storia di una famiglia ungherese che dalla Vojvodina serba si trasferisce nel Paese elvetico. Il viaggio estivo verso la patria originaria, percorso attraverso lo sguardo man mano sempre più adulto della figlia Ildiko, offre la possibilità anche di un viaggio a ritroso nella storia dell’Europa e delle sue differenze. Temi ricorrenti, e non a caso, in molta letteratura tedesca contemporanea, ritornano anche qui i motivi del cambiamento, della difficoltà e forse dell’impossibilità di chiudere con il passato.

Per chi cerca continuamente di trovare un posto al passato

Spagna, Braci, Juan Vicente Piqueras, introduzione di Luis Sepúlveda,

traduzione di Carola Silvestrelli (con testo a fronte), Empiria, 2010

Per restituire l’essenza di questo libro di poesia – particolare anche all’interno del suo genere -, non ci possono essere parole migliori di quelle utilizzate da Luis Sepùlveda nell’introduzione:

Braci è la cosa più vicina al laboratorio di un alchimista, pieno di frasi-formula dalle quali è possibile che sorga, o che già sia sorto qualcosa di sorprendente, ma sono lì, conservate con la purezza della cosa elementare, come gli elementi imperturbabili della poesia o della frase inequivocabile. Questo libro è un modo bello e generoso di mostrare la vicinanza del poeta alla sua materia prima. Così come nello studio dello scultore – e sto pensando a Chillida – tra le opere finite si vedono pezzi di terracotta apparentemente informi che l’artista conserva perché in essi sta il segreto della scultura finita, Juan Vicente Piqueras conserva queste parole birichine ma sicure di essere il midollo delle poesie e delle altre dimostrazioni del talento che conosciamo”.

È un mondo quello di Piqueras in cui c’è tutto, in cui i piani temporali si incrociano e confondono senza lasciare apparente speranza, in cui “Il passato è il rifugio di chi teme il futuro/Il futuro è il rifugio di chi teme il passato/ Il presente è un pugno d’acqua”. Anche lo spazio, sembra essere segnato dalla contraddizione in termini tra il voler andare, il non volere, il non potere, il non sapere, dove “I muri dicono: Vattene. Ma le nuvole: Dove?”. È così che questo poeta tormentato, o il suo lettore, che “Perdeva storie d’amore come fossero ombrelli” e ”Visse sempre angosciato, inseguendo un sogno che nemmeno era il suo”, è segnato da fugaci e illusorie rassicurazioni, spazzate via da dubbi di portata metaforica, “Bello è saper che i bicchieri ci servono per bere/Il brutto è che non sappiamo a che serve la sete.”

La parola prova a infrangere il muro dell’inesprimibile, ma il dolore e l’incomprensibilità dell’esistenza privano il poeta di questa possibilità e lo amputano nella sua capacità poetica tanto da fargli dire “Mi sono tagliato un dito e ho bendato il coltello. Poi ho tagliato il coltello e ho venduto la voce”. Si ribalta così anche il potere insito nella poesia, non più salvifico, ma infettivo, pronto a cogliere nella sua assenza e nella perversione del suo senso tutti i partecipanti all’esperienza poetica; “Ci sono parole malate: Hanno perso la salute ed ora contagiano chi le dice e chi le ascolta, chi le legge e chi le scrive”.

Non mancano però note d’ironia, come “Rapire donne non è cosa da uomini giusti, ma vendicarne il rapimento non è da uomini sensati” o “Roma è innamorata delle sue rovine/Come te, ma con ragioni migliori”.

Per il poeta spagnolo c’è sicuramente la cenere – “La vita non è breve. Noi sì, e per questo la facciamo breve” -, ma Piqueras creda anche nella brace e nella forza del cambiamento, quello che gli fa dire “Fai tutti i giorni la stessa cosa e speri che qualcosa cambi?” e che pone il lettore davanti all’ineluttabilità della scelta.

Da aprire a caso, per godere di un attimo di riflessione e – perché no? – d’ispirazione

Marina Cabiati

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