‘Blue Jasmine’, un Woody Allen più cupo che mai

Il poster del film

Il poster del film

Arriverà questo giovedì nelle nostre sale Blue Jasmine, il nuovo film del regista Woody Allen, pronto a confermare quel che già sappiamo: ovvero, che l’instancabile regista newyorkese, premio Oscar alla miglior regia nel 1978 per Io e Annie, sforna ormai da tempo praticamente un film all’anno. Il perché di questa stakanovista produzione Allen lo aveva spiegato alla stampa italiana nel 2005 senza mezzi termini: «Lavorare per me è una distrazione, un bisogno. Se non facessi film non saprei come distrarmi e sarei preda dell’ansia o della depressione. Avere una passione intellettuale ti tiene occupato e ti rilassa; recitare, dirigere, ascoltare musica è perfetto per me».

TOP E FLOP – È chiaro dunque che, in una produzione “seriale” come quella di Allen, siano riscontrabili, inevitabilmente, opere di raffinata fattura alternate ad alcune piuttosto sotto tono: a opere superbe come Manhattan, il succitato Io e Annie, Harry a pezzi, Match Point, Basta che funzioni e Midnight in Paris (solo per citarne alcune), hanno fatto da contrappeso negli anni pellicole deboli come il recente To Rome With Love, che elogiava la capitale italiana con una dose non proprio parca di stilemi e situazioni “da cartolina” del nostro cinema più popolare, ma anche Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Scoop, Anything Else, piuttosto fredde e a tratti autoreferenziali. Blue Jasmine è stato definito un nuovo capolavoro dopo una serie non proprio eclatante di opere, un malinconico ritorno alle origini (territoriali, s’intenda), un elogio alla monumentale grandezza della sua protagonista. Al di là di tutte le opinioni formulabili in merito (alcune, per altro, sembrano proprio non aver colto il significato recondito del film), una cosa appare chiara sin da subito: questo è il film più cupo di tutta la lunga carriera di Woody Allen.

NEVROSI, SPERANZE E ANTIDEPRESSIVI – Dopo le tante meravigliose attrici che negli anni hanno affollato la filmografia di Allen, dalla Farrow alla Johannson passando per Diane Keaton, è il turno, stavolta, del premio Oscar Cate Blanchett, chiamata a interpretare Jasmine, una donna d’alta classe newyorkese, mondana ed elegante, che ha perso tutto, dopo che il suo ricco ex-marito (interpretato da Alec Baldwin) è stato accusato di frode fiscale e si è ucciso in carcere. Costretta a fare le valigie e vendere molti dei lussuosi beni in suo possesso, Jasmine si reca a San Francisco dalla sorellastra Ginger (Sally Hawkins), oramai in preda a un grave esaurimento nervoso che la costringe ogni giorno ad assumere cocktail di farmaci antidepressivi. Ginger, seppur riconoscendo ma non comprendendo appieno l’instabilità psicologica della sorella, le suggerisce allora di intraprendere la carriera di arredatrice d’interni, un impiego che  intuitivamente potrebbe essere alla sua altezza. Nel frattempo, Jasmine accetta malvolentieri un lavoro come receptionist in uno studio dentistico, dove attira le attenzioni indesiderate del suo capo, il dottor Flicker (Michael Stuhlbarg), per poi trovare una potenziale ancora di salvezza nel diplomatico Dwight (Peter Sarsgaard) infatuato dalla sua bellezza, dalla sua raffinatezza e dal suo stile. Decisa nel conquistare l’affascinante uomo e ricominciare di nuovo a vivere come merita, Jasmine mente sulla sua vita e sulla sua condizione, ma il castello di carta che la donna proverà a costruirsi intorno sarà destinato a crollare alla prima folata di vento…

Cate Blanchett e Alec Baldwin in una scena del film

Cate Blanchett e Alec Baldwin in una scena del film

VUOTO ESISTENZIALE – Si dice che Cate Blanchett profumi di nuovo di Oscar e il perché non è certo di difficile comprensione: la sua interpretazione della personalità borderline della protagonista è davvero monumentale. Caratterizzata da un bipolarismo malato e da una terribile superficialità vocata al compromesso per accaparrarsi un’esistenza tranquilla, la sua Jasmine, la cui vuotezza cammina di pari passo con la pochezza intellettuale dell’altra protagonista femminile, la sorella Ginger, sempliciotta ma felice nella sua ignoranza, evoca perfettamente quel senso di vuoto che permea in fondo le esistenze di entrambe: nessuna delle due vite, per quanto condotta secondo scopi diversi, appare rispettabile, né, tantomeno, rappresenta un adeguato ed eticamente corretto compromesso con la vita (una vita che, a ogni modo, perderà qualsivoglia significato al sopraggiungere della morte o, prematuramente, della pazzia).

UN PUGNO ALLO STOMACO – Non c’è perciò nessun lume di speranza nel film di Allen, non c’è più la pungente, sottile e sardonica ironia; c’è, invece, una malinconia profonda, nera, nascosta dietro quei toni caldi che hanno caratterizzato visivamente i suoi ultimi film e quelle poche battute che strappano qualche sorriso dal retrogusto amaro. Blue Jasmine è un vero e proprio pugno allo stomaco, è il segnale di un’amara rassegnazione, di una resa all’ineluttabilità della morte (quella morte di cui lo stesso Allen ha sempre affermato di essere terrorizzato e che, probabilmente, ora sente più vicina che mai), è il piegarsi all’inconsistenza e alla tristezza dell’esistenza, velate stavolta con meno sapienza da una regia che lascia da parte l’attenzione ai tecnicismi (alcune inquadrature presentano qualche fuori fuoco incontrollato) per concentrarsi tutta sui personaggi.

È un Woody Allen stanco e rassegnato, insomma, quello che si nasconde dietro il volto scavato dalla disperazione di Jasmine – Cate Blanchett, un Allen che, stavolta, sembra aver ritrovato la sua grande capacità di raccontare quelle psicologie nevrotiche, ciniche e spesso moralmente vuote che da sempre hanno affollato e, si spera, affolleranno ancora a lungo la sua filmografia.

David Di Benedetti

@davidibenedetti

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