Bersani-Renzi. Via allo scontro tra cambiamento e governissimo

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Pier Luigi Bersani

Roma – I passi del segretario Pier Luigi Bersani, avanti, indietro, di lato, intorno al Pdl, scandiscono il tempo tra la vittoria nominale del centrosinistra alle elezioni e il tempo che resta alla nazione prima di soffocare nelle sabbie della crisi. Spiace ricordarlo al Movimento 5 stelle che esulta per l’assenza di un Governo in carica credendo che un parlamento malfunzionante possa gestire con funzioni ordinarie e limitate la straordinarietà dell’emergenza. E spiace ancora di più che ad esempio venga citato il caso olandese, nazione che nel mentre aspettava di risolvere conflitti intestini, ha perduto il 4,5% del suo Pil.

Sicché si può rimproverare al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, di essere tentato dal voto anticipato, di voler affossare una volta per tutte il segretario uscente, di volere l’alleanza con il nemico Silvio Berlusconi quando dice l’indicibile per la sinistra italiana: ‹‹Al governo anche con il Pdl››. Lo si può accusare ma rimane il fatto che ha ragione. Da vendere. Occorre un Governo subito e occorre che sia operativo essendo quello dimissionario attuale già decotto al punto da non riuscire neppure a riunirsi per un Cdm che avrebbe dovuto trattare cose indifferibili come il credito alle imprese.

Bersani ondeggia perduto tra una consultazione e l’altra in moto di coazione a ripetere cercando quel che non può trovare se non recuperando il senno e intavolando un compromesso con il Popolo della libertà. Lo sapeva prima di Pasqua quando il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, lo cassò per assenza di numeri e lo sa oggi che si è ritrovato a Palazzo Chigi con Mario Monti, ufficialmente per uno ‹‹scambio di vedute sulla situazione economica e politico-istituzionale dell’Italia››, più concretamente per cercare la quindicina di super elettori che gli occorrono ad eleggere il proprio personale nuovo Capo dello Stato. E qui inizia il balletto.

Spiega una nota di Palazzo: ‹‹A giudizio di entrambi, soluzioni in merito alle scadenze politico-istituzionali vanno tempestivamente ricercate, nella chiarezza e trasparenza dei percorsi, attraverso la più ampia condivisione possibile fra le forze parlamentari››. Bene. Poi il segretario precisa: l’idea sul governo è sempre la stessa, un esecutivo “di cambiamento” che non includa il Pdl. E sia. Quindi spiega ancora: il Pdl si può coinvolgere con la convenzione delle riforme. Evviva. Però poi chiarisce: non è bon-ton ipotizzare governo Pd-Pdl.

Se non sono dichiarazioni da capogiro poco ci manca. Quindi delle due l’una: o Bersani ha perso la trebisonda e allora va aiutato o sta tentando un modo di aprire al Pdl senza che l’elettorato più radicale se ne accorga e allora va disilluso e subito. Non ci riuscirà e otterrà solo di perdere ancora tempo. Meglio essere schietti e parlare chiaro. Ne guadagnerebbe in due modi: a) recupererebbe un po’ di dignità; b) arginerebbe l’onda che Renzi sta sollevando all’interno del Pd.

Il primo punto riguarda l’interessato, il secondo è di più ampio respiro. Renzi da molto tempo ormai non è più solo il sindaco di Firenze: ha una sua base, i suoi fedeli, i suoi sostenitori, i suoi finanziatori. Da poco ha reso noto il valore di tanto entusiasmo: 814.502,23 euro di contributi volontari devoluti alla sua “Fondazione Big Bang”, alla faccia del finanziamento ai partiti a cui la parte bersaniana del Pd non vuol rinunciare. Solo che la parte in questione pare sempre più sottile perché ogni giorno confluisce verso il sindaco.

Matteo Renzi sondaggi Sgw
Matteo Renzi

Intestardendosi sulla definizione di un Capo dello Stato condiviso né con il Pdl né con la porzione di Pd da lui distante, Bersani non rischia il tracollo, quello è già avvenuto. Sta agevolando il rinnovamento in corso a favore del sindaco il quale pare abbia dalla sua già 51 parlamentari piddini.

Il che implica che l’ostinazione per la corsa al Quirinale potrebbe trasformarsi nella Caporetto degli ultrà bersaniani presi a sberle dai compagni al solo cenno del sindaco. Detto in altre parole: quello che è in fase avanzata di cambiamento non è il governo ma il Partito democratico.

D’altronde la guerra pare sia stata ufficialmente dichiarata e potrà evolvere in due modi: o vincono i renziani e il voto è posticipato di qualche mese, il governissimo sarà issato e Bersani accantonato, o i renziani si placano e lasciano che Bersani si schianti per tornare subito al voto. La prima ipotesi sarebbe assennata, la seconda una sciagura nel mentre che le rating Standard&Poor’s e Moody’s hanno già in canna il colpo di un nuovo declassamento. In un caso o nell’altro, Bersani avrà finito di danzare.

Chantal Cresta

Foto || ilfoglio.it;

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