Berlusconi: tempo scaduto ma i governi non si rovesciano con l’impopolarità

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Il premier, Silvio Berlusconi alla Camera

Roma – Sembra che tutti  si siano dati appuntamento in quest’ultimo fine settimana per lanciare,  all’unisono, lo stesso appello: via  il governo e avanti con un esecutivo di responsabilità nazionale.

Dal palco della festa dell’Unità a Pesaro, Bersani ha prefigurato scenari apocalittici, con l’Italia che andrà a fondo se Berlusconi non si deciderà a mettersi da parte in favore di un “governo di transizione”.
Casini, da Chianciano, durante la festa del suo partito, invita il premier “ad un passo indietro” e chiama tutte “le forze moderate e riformiste, dal Pdl al Pd, ad un’agenda di fine legislatura” e “ad un governo con le migliori menti del Paese”.
Dallo stesso palco il giorno prima aveva parlato il Presidente della Confindustria Marcegaglia, accusando l’esecutivo di poca credibilità ed invitandolo, quindi, a “trarne le conseguenze”.
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, in chiusura della festa di Fli, si è scagliato contro le camicie verdi e la Padania, falsi bisogni del Nord, ed ha auspicato, senza mezzi termini, una cambio di rotta: “l’Italia – così ha detto – ha bisogno di nuovo governo e di un nuovo premier. Di un capo del governo che non dica “resistere, resistere, resistere” ma che 24 ore su 24 pensi a “governare, governare, governare”.

Il sindaco leghista di Verona Tosi, in un’intervista rilasciata al Corriere, ha parlato di un ciclo ormai chiuso, facendo in qualche modo eco alle parole di Pisanu, che qualche giorno addietro aveva indicato nella formazione di un governo di unità nazionale l’unica soluzione possibile all’attuale crisi politica.
E dentro la maggioranza quella dell’ex Ministro dell’Interno non è l’unica voce critica:  altri, come Formigoni, Scajola ed Alemanno non nascondono la loro insoddisfazione: “così – ha detto il  sindaco di Roma – non si può andare avanti”.

Sullo sfondo, un Capo dello Stato che esorta ripetutamente alla coesione e non lesina richiami al governo, pur mantenendo un distacco ed un equilibrio encomiabili ed uno sciopero nazionale appena concluso che ha portato in piazza milioni di scontenti

Il cerchio si sta stringendo intorno a Berlusconi, ma l’onda dello scontento si scontra ogni giorno contro un muro che ancora non crolla, che “resiste”, che non vuol sentire parlare di dimissioni e rimpasti interni.
D’altra parte, il premier è forte dei numeri che, nonostante le defezioni e i cambiamenti, ancora oggi ha nelle due Camere del Parlamento.

E questo è un aspetto assai importante per tutta la questione, perché  dall’empasse che stiamo vivendo ne usciremo solo attraverso vie costituzionali.

Denunciare una situazione di crisi è certo necessario, ma non basta per far cadere un governo; se così fosse, il funzionamento della nostra democrazia sarebbe in balia ora delle sollevazioni popolari, ora degli scandali (presunti o tali), ora del potere e dell’influenza di questo o di quell’altro, ora di qualche votazione amministrativa o referendaria (per questo la pretesa di Bersani di dimissioni del premier, in virtù dei risultati del referendum di giungo, non fu nient’altro che pura demagogia).

Per fortuna il nostro impianto costituzionale prevede dei mezzi contro quelle che possono essere derive populiste della nostra democrazia.

Per cui Berlusconi si dimetterà (perché costretto, non certo per amor patrio) quando il Parlamento gli revocherà la fiducia concessagli ad inizio legislatura (la cosiddetta “mozione di sfiducia” – art. 94 Cost. – quella con cui Fini cercò di dar la spallata lo scorso dicembre); oppure quando “un ordine del giorno, una mozione o una risoluzione” (art. 116 reg. Camera) sulle quali il governo ha posta la fiducia non verrà approvato (ciò che successe a Prodi nel 2008); o ancora, quando un partito della maggioranza ritirerà il proprio appoggio, così da non permettere più all’esecutivo di avere i numeri necessari per  approvare i propri provvedimenti (la “crisi extraparlamentare”, quella che successe al primo governo Berlusconi, quando si dovette dimettere a seguito dell’uscita della Lega dal governo).

Ci sarebbe poi l’eventualità, prevista dall’art. 88 Cost., che il Presidente della Repubblica sciolga anticipatamente le Camere. Esso può avvenire in situazioni sociali e politiche particolari nelle quali è consigliabile il ricorso al voto, oppure quando una consistente maggioranza dei partiti in Parlamento segnali tale necessità al Capo dello Stato.

Di Pietro recentemente ha incalzato Giorgio Napolitano affinché  mandi “a casa al più presto
questa classe dirigente a cominciare dal presidente del Consiglio”.
Forse il leader Idv non riflette sul fatto che non è così facile,  che quello dello scioglimento anticipato delle Camere è un atto complesso, di natura giuridica ancora poco chiara: è richiesta congiuntamente la controfirma del Presidente del Consiglio, ma ancora non è chiaro se la posizione del premier sia vincolante oppure se il potere in questione sia un atto sostanzialmente presidenziale.

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Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano

È comunque evidente come solo nei casi appena esposti potremo veder realizzato quello che, stando alle recenti dichiarazioni,  quasi tutti i politici si stanno auspicando.

D’altronde, è così che funziona una democrazia parlamentare, tale perché  presenta tutta una serie di meccanismi costituzionali che fan si che il Parlamento - cioè l’organo eletto dal popolo e, quindi, quello rappresentativo per eccellenza – abbia rilevanza e poteri tali da non poter  essere scalzato o messo da parte tanto facilmente.
Questo in certi casi può rappresentare un problema, perché, come detto prima, può creare situazioni di stallo dell’intero sistema. Ma sicuramente è un bene, perché fa da scudo alla nostra democrazia e la protegge, tanto da chi voglia tornare a farne un “bivacco di manipoli”, tanto da chi voglia ridurla a semplice espressione degli umori di piazza.

Tommaso Tavormina

Foto || ansa.it

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