Basta con la solita plastica: l’alternativa è bio

La plastica come finora l’avevamo conosciuta sembra avere vita breve.

È necessario diffondere informazioni e incoraggiare le ricerche nel settore: le bioplastiche nascono storicamente con la necessità di offrire un supporto di contenimento e trasporto del rifiuto organico domestico, ma sono ad oggi una tecnologia ecosostenibile che può trovare molteplici applicazioni, dalla raccolta differenziata, passando per l’agricoltura fino ad arrivare ai beni di consumo per la cura della persona, agli accessori moda, ai giocattoli.

Secondo la definizione data dalla European Bioplastics, la bioplastica è un tipo di plastica che deriva da materie prime rinnovabili annualmente oppure è biodegradabile o ha entrambe le proprietà.  Il tempo di decomposizione è di qualche mese in compostaggio contro i 1000 anni richiesti dalle materie plastiche sintetiche derivate dal petrolio.

Le bioplastiche attualmente sul mercato sono composte principalmente da farina o amido di mais, grano o altri cereali. Oltre a essere biodegradabili – in accordo con la Norma Europea EN13432 e con i programmi di certificazione rilasciati da primari enti internazionali – hanno il pregio di non rendere sterile il terreno sul quale vengono depositate. La bioplastica, dopo l’uso, consente di ricavare concime fertilizzante dai prodotti realizzati e di impiegarlo per l’agricoltura. Alla lista dei vantaggi bisogna aggiungere le minori emissioni di fumi tossici nel caso di incenerimento e novità per l’igiene dei contenitori alimentari.

Per esempio le bevande corrodono col trascorrere del tempo parti della confezione e assorbono sostanze nocive di cui è composto il contenitore: per questo motivo, soprattutto, è prevista una data di scadenza delle confezioni. In base alle leggi, ogni materiale plastico che viene messo in contatto con gli alimenti viene previamente sottoposto a test che ne determinano l’idoneità all’uso: anche le bioplastiche contengono additivi, modificanti e coadiuvanti di processo, che possono essere trasmessi agli alimenti, ma sono presenti in quantità tali da non render gli alimenti pericolosi o inaccettabili dal punto di vista del “gusto”.

Stando alle ultime notizie, nella lista dei “buoni propositi del riciclaggio” si inseriscono le Olimpiadi di Londra, che si offrono come vetrina promozionale per manufatti innovativi come stoviglie monouso con elevate caratteristiche di ecocompatibilità. Per l’occasione piatti, posate e bicchieri saranno in Mater-Bi®, materiale bioplastico brevettato da Novamont e  derivato da materie prime vegetali come amidi e oli, interamente riciclabile mediante il compostaggio.

Assobioplastiche  è il nome della neonata Associazione Italiana delle Bioplastiche e dei Materiali Biodegradabili e Compostabili, che dal 2011 riunisce imprese operanti, in Italia ed all’ estero, nella produzione di polimeri

 biodegradabili e prodotti finiti; Enti, NGO, Università e Associazioni imprenditoriali, oltre che dalle strutture che garantiscono la corretta gestione del fine vita dei manufatti prodotti con bioplastiche. Secondo le indicazioni fornite, per essere considerate tali, le bioplastiche devono rispondere ad alcuni requisiti fondamentali:

1. Sono necessarie materie prime derivate dal no-food e no-OGM; 2. Veramente compostabili e biodegradabili; 3. Libere da sostanze chimiche tossiche per tutto il processo di fabbricazione e riciclo; 4. Prodotte in maniera sostenibile (uso corretto di acqua, suolo e chimica); 5. Riciclabili secondo il criterio dalla culla alla culla.

Persino la “spietata” industria delle multinazionali sembra sempre più interessata a migliorare la sostenibilità dei packaging destinati al grande pubblico, utilizzando materiali riciclati e a loro volta riciclabili, come le resine Pet parzialmente ricavate da risorse rinnovabili e da processi di riciclaggio.

Recentemente, per dare impulso alla ricerca e sviluppo di nuove resine, cinque marchi del largo consumo statunitensi come Coca-Cola, Ford , H.J. Heinz, Nike e Procter & Gamble, hanno creato il gruppo di lavoro Plant PET Technology Collaborative (PTC). L’alleanza tra i cinque brand del largo consumo dovrebbe spingere l’industria a moltiplicare gli sforzi per arrivare a resine 100 percento rinnovabili, con le medesime caratteristiche prestazionali del Pet e completamente riciclabili come questo polimero, utilizzato ormai universalmente nella produzione di bottiglie. Coca-Cola è oggi la più attiva nella ricerca di materiali sostenibili per le proprie bottiglie: nel 2010 ha distribuito 2,5 miliardi di PlantBottle, con l’obiettivo dichiarato di giungere alla completa sostituzione del Pet con bioPet entro il 2020.

Una volta raccolte, le varie forme di Pet vengono mandate ai centri di riciclaggio dove vengono condotte attraverso delle macine che convertono il materiale in forma di polvere. Questa polvere attraversa poi un processo di separazione e pulitura che rimuove tutte le particelle estranee come carta, metalli o altri materiali plastici. Essendo stato ripulito, in accordo alle specificazioni del mercato, il Pet recuperato viene venduto ai produttori che lo convertono in una varietà di prodotti come tappeti, cinturini e contenitori per usi non alimentari.

L’alternativa alla plastica sembra dunque disponibile su larga scala, anzi sembrano essercene molteplici. Il problema che maggiormente ne ostacola la diffusione è per ora il prezzo, decisamente maggiore rispetto ai prodotti convenzionali. Ma se nel prezzo di questi ultimi venisse conteggiato anche il loro effettivo costo di smaltimento la differenza non sarebbe poi così significativa; senza dimenticare che la plastica tradizionale è sintetizzata esclusivamente da derivati del petrolio, con costi crescenti nell’approvvigionamento della materia prima.

Arianna Fraccon

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2 Risponde a Basta con la solita plastica: l’alternativa è bio

  1. avatar
    Anonimo 07/07/2012 a 13:04

    Buon giorno.

    Mentre plaudo all’iniziativa di promozione della cultura delle bio plastiche, rimango alquanto perplesso per alcuni passaggi del teso dell’articolo che, se non avese alcun marchio pubblicitario, potrebbe ancora andare quasi tutto bene. Ma dato che riporta invece un marchio preciso, finisce con il diventare poco corretto dal punto di vista dell’informazione genrale e fantastico per quella aziendale.

    Non mi pare che non ci sia il Mater Bi alla base della ricerca per la sostituzione del di alcuni elementi del PET.
    Mi pare che non tutte le bio plastiche siano degradabili nel terreno.
    Mi pare che non tutte le bio plastiche non cedono sapore o odore ai cibi, specie se in presenza di temperatura e anche se non eccessivamente alta.

    Allora mi domando: ma che articolo è o vuole essere questo?
    E’ un articolo di una associazione, o è un articolo di una società camuffato da informazione?

    Se fosse quello di una ssociazione direbbe qualcosa tipo: “bevete più birra”.
    In questo caso dovremmo trovare o solo in logo dell’associazione o quello di tutti gli altri marchi dei produttori di bio plastiche, che pagano una quota associativa alla stregua dell’unica citata Novamont.

    L’associazione credo debba decidere cosa vuole essere.
    Una vetrina per un forte produttire nazionale “assobioplastiche Italia” o quella di una istituzione internazionale? “Assobioplastiche International”; come ha fatto intendeere in passato quando ha mostrato con orgoglio l’elenco degli associati che annovera anche aziende straniere (Ingeo, Cereplast, Nature works)?

    Forse in questo modo sarà più facile per il sostenitore capire per cosa stanno pagando e per il lettore dove va a parare l’articolo.

    E’ solo una questione di coerenza e chiarezza.

    Grazie.

    Emilio

    Rispondi
  2. avatar
    Arianna Fraccon 07/07/2012 a 18:53

    Buonasera Emilio.
    Ho scritto questo articolo, ma non faccio parte di nessun cartello e di nessuna azienda o associazione.
    Tengo quindi innanzitutto precisare che il logo MaterBi inserito nell’articolo non ha alcuna valenza pubblicitaria, va semplicemente ad illustrare la parte di notizia legata all’iniziativa olimpica, in quanto è quello il materiale impiegato per realizzare le stoviglie di cui si parla. Se avesse avuto valenza pubblicitaria avrei invitato tutti a comprare il suddetto prodotto, invece mi sembra di aver semplicemente riportato l’iniziativa. Cito la Novamont perchè è della Novamont che si parla in questo caso.
    La stessa valenza illustrativa hanno i link delle associazioni inseriti nel pezzo, che sono semplicemente un incoraggiamento all’approfondimento, qualora qualcuno si chieda cosa si nasconda dietro certi nomi o certe sigle.
    Posso aggiungere che non c’è assolutamente il MaterBi alla base della ricerca PET; infatti del PET si parla nella seconda parte dell’articolo, in riferimento ad un’altra iniziativa, quella che coinvolge alcune note multinazionali fra cui CocaCola, Nike e Procter&Gamble. E anche questa seconda “notizia” non ha certo fine promozionale, mi sembrava anzi uno spunto per individuare qualche contraddizione in termini fra le spietate logiche di mercato e produttività seguite da queste aziende e il suddetto progetto di ricerca su materiali totalmente o parzialmente riciclabili. Potrebbe trattarsi, anzi sicuramente si tratta di un progetto salva-faccia e salva-coscienza: ci sono paesi come ad esempio l’India, in cui CocaCola ha il quasi totale monopolio delle bevande confezionate (prima fra tutte l’acqua!!)e i rifiuti plastici invadono letteralmente le città,accatastati senza essere smaltiti fino a liquefarsi e penetrare nel terreno con danni a lungo termine devastanti. Sono molto sensibile a tali problematiche; tuttavia questo mio articolo in particolare non si presenta in forma di inchiesta o dossier, ma come esposizione di alcune iniziative nazionali ed internazionali legate alla necessità di trovare alternative alla plastica convenzionale. Lanciare l’esca introducendo queste notizie in tono generalista mi sembrava un buon modo per richiamare l’attenzione su un campo così ampio, ma ancora così poco considerato dai più. Campo sul quale sicuramente non mancheranno approfondimenti in questa sezione dedicata all’ Ambiente.
    Spero di aver soddisfatto le tue perplessità riguardo la natura dell’articolo e rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti.
    Saluti
    Arianna

    Rispondi

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