Baggio torna. E sogna la panchina azzurra

Dopo sei anni si riaffaccia alle telecamere il Divin Codino. Con tanta voglia di rimettersi in gioco.

di Francesco Guarino

Gli ultimi fotogrammi sono quelli del numero 10 blu su fondo bianco che sparisce all’interno del tunnel di San Siro. 160mila mani applaudono all’unisono, il coro fa tremare i polsi e inumidire gli occhi. I tacchetti crepitano sul pavimento, mentre un amico segue quella figura passo dopo passo con la telecamera, per filmare gli ultimi istanti di carriera di una leggenda. Roberto Baggio si tocca il ginocchio malconcio, poi tira un sospiro di sollievo e sussurra solo una parola: ”Finalmente” . Il 16 maggio 2004 la Scala del calcio tributa al Divin Codino la standing ovation riservata agli artisti del pallone. Perché se ogni squadra è un’orchestra, disegnata su misura dall’allenatore, c’è anche bisogno di chi sappia far suonare la sinfonia dal centro del campo. E Roberto Baggio è stato indiscutibilmente il migliore dei direttori d’orchestra. Con i riflettori del Meazza, Baggio ha voluto che su di lui si spegnessero anche le luci del circo mediatico. Per sei, lunghissimi anni. Il ritorno alla ribalta è quello delle grandi occasioni: la presentazione dell’iniziativa della Gazzetta dello Sport, che ne ripercorre la carriera in una raccolta multimediale. Inutile dirlo, in dieci dvd.

CALCIO D.C.- Roby Baggio ha diviso la sua esistenza in questi anni tra la tenuta di caccia in Argentina e la casa di famiglia di Caldogno, circondato dall’affetto degli amici più stretti e dei familiari, lontano anni luce dagli eccessi del calcio d.C. (dopo il Codino). Dopo 30 anni di solo calcio, di cui più della metà vissuti ai massimi livelli mondiali, l’ultima cosa che il fantasista vicentino voleva era finire nel calderone televisivo delle tribune pallonare, a discutere di fuorigioco millimetrici e di falli da rigore non visti. Proprio per questo, l’iniziativa del massimo quotidiano sportivo nazionale ha trovato la sua approvazione solo a distanza di tempo, quando il processo di “disintossicazione” calcistica poteva dirsi ultimato. Anzi, il Roberto Baggio che si ripresenta ai microfoni ha voglia di parlare di calcio senza remore. E senza nascondere nemmeno la curiosità di voler percorrere l’iter inverso dei grandi campioni, che lo riporterebbe dal centro del campo alla panchina, ma come allenatore: “A casa quando guardo le partite sembra semplice, immagino come schiererei io le squadre in campo. Però dal vivo è un’altra cosa… è un’ipotesi che prendo in considerazione. Sarebbe una sfida e a me le sfide piacciono”. Gli viene chiesto se gli sarebbe piaciuto, da giocatore, avere sulla propria panchina i quattro tecnici più in voga del momento: Leonardo, Guardiola, Prandelli e Mourinho. La risposta lascia di stucco: “Con i primi tre parlo spesso al telefono e condividono la mia idea di calcio, quindi direi proprio di sì”. Mourinho neanche nominato.

SOGNO AZZURRO – Il calcio d.C. è lontano anni luce da quello che il Codino sogna: uno sport come ragione di vita, ma al netto delle esasperazioni attuali. Un calcio che non conosca più violenza né in campo, né fuori, che sappia educare i giovani a diventare uomini e a prendere coscienza delle loro potenzialità, ma anche dei propri limiti. “Il calcio è uno sport, ma è soprattutto passione e sacrificio. L’ultimo dribbling, oltre il portiere, è ragione di gioia e speranza di vita”. Ci auguriamo che ai Balotelli e ai Cassano d’oggi non sia necessario sposare il buddismo per approdare a queste conclusioni. Il saluto finale è riservato alla più sfacciata delle provocazioni, alla quale Baggio risponde con un sorriso sereno: “La Nazionale? Sarebbe bello e, visto che si può sognare, sogniamo”. È l’unica cosa che non dice, ma con la mente Roberto torna tante volte sul dischetto a Pasadena. Vuole riprendersi la Coppa che lui ci ha consegnato tra le mani e che noi siamo riusciti solo ad accarezzare. Ce la farà, c’è da scommetterci.

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