Attenzione al magistrato che presenta una querela

Una ricerca rivela che se a portare in tribunale giornalisti e direttori di testata è un magistrato, è molto probabile che il risarcimento che otterrà sarà più alto rispetto a quello che potrebbe avere un politico o un comune cittadino

di Chantal Cresta

giustiziaLa legge, si sa, è uguale per tutti ma per qualcuno lo è più che per altri. Questa somma massima di vita sembra la realtà che scaturisce dalle aule di tribunale italiani.

Pare, infatti, che la tanto vituperata abitudine dei magistrati di condurre processi in tempi biblici e con documentazioni elefantiache, senza mai un equo risarcimento alla parte lesa, si trasformi improvvisamente in una giustizia efficace ed efficiente se a chiederne l’intervento è un altro magistrato.

A scoprire la sorprendente differenza, con la quale la giustizia tratta i processi a partire dalla categoria professionale di appartenenza dei richiedenti, è stato il sociologo del diritto Morris L. Ghezzi, autore di un  saggio di prossima uscita sul primo numero della rivista “Sociologia del Diritto” (ed. Franco Angeli).

Lo studio empirico di Ghezzi ha preso in esame 407 querele per diffamazione (162 in sede civile e 245 in penale) accumulate da una delle più importanti case editrici italiane a causa di alcune pubblicazioni di carattere giornalistico. Articoli e libri che hanno fatto fioccare una serie di denuncie da diverse categorie di attori: politici, magistrati e “comuni cittadini”, all’azienda editoriale in questione. Il periodo compreso nello studio va dal primo gennaio 2000 al il 31 dicembre 2006 e le conclusioni di Ghezzi possono mettere a dura prova l’organizzazione giuridica del nostro paese.

Innanzitutto, sostiene il sociologo, vi è un evidente filo rosso che lega la categoria professionale dei querelanti con il successo della causa, a partire dalla possibilità per il querelante di veder accettata la propria istanza di risarcimento. In sede civile, per esempio, su 77 domande di indennizzo accolte da una corte, 41 erano state avanzate da cittadini comuni, 25 da magistrati e 11 da politici. Al contrario, tra le 61 domande rigettate dai giudici in 6 anni, 44 riguardavano cittadini normali, 10 erano politici e solo 7 magistrati.

Inoltre, alcune delle anomalie più sbalorditive si riscontrano quando si considera l’ammontare dei risarcimenti ottenuti dai querelanti. Chiuso il processo, un politico può ottenere una liquidazione di danno fino a 30.100 euro. Una somma ragguardevole che però non sarà mai pari ai 36.800 euro che potrà ottenere un magistrato come indennizzo per la medesima onta subita.

Se, poi, il contenzioso si conclude in fase transattiva, ovvero attraverso un accordo tra le parti senza entrare mai in tribunale, le cifre diventano ancora più sostanziose. Un politico, infatti, può raggiungere i 30.900 euro di risarcimento, mentre un magistrato vede risanare il proprio “onor ferito” con la bellezza di 44.000 euro che, però, scendono 4.300 euro se l’onore è quello di un comune cittadino.

Per quanto riguarda i tempi di durata processuale, anche qui vi sono differenze macroscopiche. Quando l’azione giudiziaria è richiesta da un magistrato un processo ha una durata media di 39 mesi, mentre i tempi si dilatano a 44 mesi per un normale cittadino e a 45 mesi per un politico. Insomma, un magistrato può aspirare ad un processo uno o due anni più breve, senza che vi siano altre motivazioni se non la sua appartenenza alla categoria.

Lo studio di Ghezzi, è bene ricordarlo, è stato condotto su scala empirica, senza dunque l’intento di assurgere il lavoro a titolo di statistica. Tuttavia, essendo una ricerca circostanziata, essa getta una luce piuttosto cupa sulle reali capacità di efficienza della giustizia e sulla sua totale imparzialità di fronte a tutti i cittadini.  Se le leggi non possono essere ad personam, a maggior ragione non lo deve essere la giustizia.

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