Andrew Stockdale: ‘Keep Moving’ – La recensione

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La copertina di 'Keep Moving' (foto via: last.fm)

I Wolfmother sono senza dubbio una della realtà di maggior successo nel panorama hard rock mondiale. Capitanati dal chitarrista/cantante Andrew Stockdale e originari di Sydney, i Wolfmother hanno all’attivo due album di buon successo (sia di pubblico, che di critica) che ha fatto loro guadagnare meritati consensi in tutto il mondo, forti anche di un certo revival attorno a sonorità 70’s, tornate molto di moda oggi, che rappresentano il fulcro attorno al quale si muove la loro musica. Le capacità di macinare ottimi riff di Stockdale e un’attitudine molto potente in sede live hanno poi fatto il resto.

Le registrazioni del terzo album si sono prolungate per tutto il 2012, con numerosi cambi di formazione nella band, il cui risultato è stato che Andrew Stockdale è rimasto l’unico membro della formazione originale. Da qui la decisione del mastermind della band di far uscire il nuovo album sotto il proprio nome. Keep Moving (questo il titolo del disco) ha visto finalmente la luce pochi giorni fa, a quasi 4 anni di distanza da Cosmic Egg, e dopo una lunga attesa e numerosi ritardi. Un disco molto lungo, composto da ben 16 brani, al cui primo ascolto si percepisce il chiaro marchio di fabbrica dello stile di scrittura di Andrew Stockdale: riff di stampo anni ’70 e grande gusto per il groove, unite al suo caratteristico timbro vocale, che si può sintetizzare in un incrocio tra l’Ozzy più alterato e il Robert Plant più nervoso.

Il primo singolo Long Way To Go apre il disco: un riff hard rock di derivazione blues dove l’influenza degli Zeppelin appare immediata e preponderante. Un ottimo brano di apertura, orecchiabile ma al contempo potente. Segue la titletrack Keep Moving, già presentata dal vivo al pubblico italiano nel concerto di Vigevano dell’estate scorsa: altro brano che brilla per il grande groove e l’azzeccata miscela di blues e hard rock. Si prosegue con Somebody’s Calling, caratterizzata da una batteria martellante e un marcio assolo, prima di Vicarious, che sfocia nello stoner più leggero e nella psichedelia: altro ben riuscito brano di hard blues, dall’incedere incalzante e penetrante.

La successiva Year of the Dragon si snoda attorno a un marcio riff, tipico di casa Stockdale, prima di una seconda parte dal forte gusto psichedelico. Meridian e Ghetto sono i brani più stoner del lotto fino a questo momento, forti di alcuni riff ossessivi e trascinati, e di un’atmosfera distorta e alterata. Suitcase (One More Time) è un folkeggiante acustico, che profuma di natura ed estate, prima di Of the Earth, dove la dinamica torna sostenuta, con un basso corposo che è il protagonista di quasi tutto il brano. Let It Go è un trascinante e coinvolgente hard rock pastoso fortemente influenzato dagli anni ’70, mentre Let Somebody Love You si sviluppa su un riff blues che sembra rubato a Jimmy Page, anche se una certa ripetitività di fondo poteva essere evitata.

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Andrew Stockdale (foto via: absoluteradio.co.uk)

She’s a Motorhead si apre con un riff ai limiti della dissonanza: altro brano un po’ monotono, che poteva essere sviluppato meglio. Standing on the Corner torna invece a premere sull’acceleratore, mescolando blues, hard rock e folk, con un tocco di influenza sudista: un brevissimo brano afoso che gronda tradizione e calura estiva. Si prosegue quindi con Country, un brano che, come espresso anche dal titolo, pesca nella tradizione rock blues, allo stesso modo della successiva Black Swan, altro spensierato e orecchiabile brano acustico. Conclude il disco Everyday Drone, un altro piacevole e allegro brano rock dalle tinte semi acustiche.

Keep Moving è un disco dalle molteplici sfaccettature che rispecchiano le differenti nature musicali di Andrew Stockdale: a un inizio in classico stile Wolfmother, si alternato poi brani dal gusto più stoner e psichedelico con altri di matrice prettamente settantiana. E la conclusione del disco è affidata ai brani acustici e più “soft”. L’evoluzione musicale di Stockdale appare evidente per tutta la durata del disco: i riffoni seminali, diretti e senza compromessi del primo album dei Wolfmother hanno lasciato spazio (in una evoluzione percepità già nel secondo album Cosmic Egg), a brani di estrazione 70’s con un’attitudine meno violenta e una maggior cura degli arrangiamenti, sicuramente più corposi e ricchi che in passato.

Una leggera perdita di immediatezza quindi, in favore di una maggiore cura del prodotto finale, segno di una evidente maturità in fase compositiva di Andrew Stockdale: un percorso di maturazione artistica costante che forse farà storcere il naso ai fan dei suoi riffoni stoner-blues del primo album, ma che renderà felici tutti coloro i quali hanno sempre pensato che alla musica di questo artista australiano mancasse ancora qualcosa per essere considerata sopra la media. Ad ogni modo, sfumature a parte, questo Keep Moving certifica le capacità di un artista che si è meritatamente guadagnato (e per motivi unicamente musicali e non legati al gossip) un posto nell’olimpo del rock dei giorni nostri.

Alberto Staiz

@AlStaiz

Foto homepage: www.metallus.it

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