Amnistia: lo Stato non deve imitare Papa Francesco

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Ieri Papa Francesco ha detto: «Il Giubileo ha sempre costituito l’opportunità di una grande amnistia, destinata a coinvolgere tante persone che, pur meritevoli della pena, hanno tuttavia preso coscienza dell’ingiustizia compiuta e desiderano sinceramente inserirsi di nuovo nella società portando il loro contributo onesto». Attenzione, perché alcuni esponenti politici potrebbero strumentalizzare le parole di Bergoglio per chiedere un’amnistia anche per quello che riguarda l’Italia. Come è noto, il Papa è sì il capo di un piccolo paese, ma è soprattutto il capo spirituale di milioni di persone. Il suo compito è la salvezza delle anime. Ben diverso è lo scopo dello Stato.

Il Papa si auspica una grande amnistia, nel senso spirituale nel termine. Chi vi scrive non è cattolico, ma immagina che l’amnistia in senso cristiano consista nel perdonare le persone che hanno commesso peccati, anche gravi, qualora siano autenticamente pentite. Per lo Stato italiano l’amnistia è tutt’altra cosa. Disciplinata dall’articolo 151 del codice penale, l’amnistia estingue il reato e, se vi è stata condanna, fa cessare l’esecuzione della condanna e le pene accessorie. Potrebbe l’amnistia risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri che caratterizza l’Italia ormai da tantissimi anni? Decisamente no.

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C’è un precedente. Nel 2006 il Governo Prodi concesse un indulto. L’indulto e l’amnistia non sono esattamente la stessa cosa in quanto l’indulto – disciplinato dall’ articolo 174 del codice penale – condona in tutto o in parte la pena inflitta, o la commuta in un’altra specie di pena stabilita dalla legge. L’idea di base è però la stessa: far uscire la gente dalle carceri prima del previsto. L’indulto del 2006 ha funzionato? Neanche un po’. Un’analisi realizzata nel 2013 dell’istituto di ricerca Cattaneo illustrava come le carceri fossero maggiormente affollate rispetto a prima dell’indulto del 2006. I ricercatori del Cattaneo all’Ansa spiegarono che l’effetto dell’indulto votato nel 2006 è «durato pochi mesi, se si tiene conto della sua capacità di ridurre il numero di detenuti, due anni se si considera invece la sua capacità di mantenere livelli di sovraffollamento inferiori a quelli di partenza. In ogni caso un risultato modesto». Altro che amnistia, bisognerebbe costruire più carceri e, come ricorda in questa intervista a La Stampa Piercamillo Davigo, ridurre il numero delle pene da scontare nei penitenziari.

Insomma, l’amnistia per la salvezza delle anime può essere positiva per i credenti. Ma l’amnistia che riguarda anche i non credenti non bisogna neanche prenderla in considerazione.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: blogspot.com; giusepperossodivita.it

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