All’indomani delle elezioni in Iraq

Le elezioni parlamentari irachene: simbolo della volontà di rinascita di una nazione prostrata dal regime di Saddam Hussein e dalle lotte interne

di Silvia Nosenzo

Domenica7 marzo è stata una data storica per l’Iraq: le elezioni parlamentari che si sono tenute hanno deciso, prima ancora di chi guiderà il Paese nei prossimi anni, se abbandonare la strada del settarismo e delle divisioni etniche emerse dopo la caduta di Saddam Hussein, o continuare su quella via.

Circa 6.200 candidati hanno gareggiato per i 325 seggi del nuovo parlamento iracheno, che si avvia a iniziare la seconda legislatura dopo il 2003. L’elezione era basata su un sistema elettorale a lista aperta e i votanti potevano esprimere la loro preferenza per un candidato o per il partito del candidato, un sistema simile a quello già usato per le elezioni provinciali del gennaio 2009. Ogni partito ha presentato almeno il 25% dei candidati donna, poiché la costituzione irachena proclama che almeno un quarto dei membri del nuovo parlamento siano donne. Otto posti, poi, saranno assegnati ai candidati della minoranza, e cinque ai cristiani. Gli Usa non hanno svolto un ruolo attivo durante la preparazione delle elezioni, ma hanno soltanto supportato il governo iracheno quando richiesto.

Per rendere il meccanismo elettorale più sicuro, l’Iraq ha rafforzato la sorveglianza dei suoi confini, ha chiuso gli aeroporti e ha dispiegato migliaia di militari e poliziotti per le strade. Sono stati alzati nuovi check-point in tutta la capitale, tanto che in alcuni punti di Baghdad la gente non poteva percorrere più di 50 metri senza essere fermata. L’unica presenza militare americana era quella degli elicotteri che sorvolavano i cieli di Baghdad e delle scorte che conducevano osservatori ai seggi.

L’affluenza è stata più alta di quanto ci si aspettasse, ma i seggi sono stati segnati dalle violenze: decine di morti e di esplosioni di bombe si sono verificati nella capitale irachena sin dalle prime ore dell’alba.

Almeno 35 persone sono state uccise domenica in attacchi che avevano il chiaro obiettivo di intimidire gli elettori e scoraggiarli a presentarsi alle urne: per gli insorti, infatti, queste elezioni erano il simbolo della legalizzazione del governo sciita e dell’occupazione americana, entrambi considerati da loro semi del male.

Un’esplosione a nord-est di Baghdad ha fatto crollare un palazzo e degli operai hanno raccontato di aver sentito le strazianti urla di madri e figli schiacciati vivi sotto le macerie; una volta estratti dalle macerie sono stati portati all’ospedale, ma non ce l’hanno fatta. A Mosul sono state lanciate delle granate su un seggio elettorale ferendo 6 votanti, e anche nella Zona Verde, dove si trova tra le altre l’ambasciata americana, sono state avvertite delle esplosioni.

Su un sito internet islamico, il SITE, è anche apparso un monito del gruppo iracheno di Al-Qaeda: “Lo Stato islamico – si legge – dichiara il coprifuoco nel giorno delle elezioni dalle sei del mattino alle sei del pomeriggio. Chi sfiderà il coprifuoco, esporrà se stesso alla rabbia di Allah e alle armi dei mujahedeen”. Nel messaggio viene detto che “per la sicurezza del nostro popolo, tutti coloro che leggeranno questo dovranno dirlo a chi non lo sa, perché provveda a far fronte ai propri bisogni durante il coprifuoco”.

Al Maliki

Il Primo Ministro Al Maliki ha dichiarato in proposito: Queste azioni non mineranno la volontà del popolo iracheno”, e il generale Stephen Lanza, portavoce statunitense, aggiunto: “Quello che abbiamo visto è che l’effetto psicologico cui miravano gli attacchi non è stato raggiunto”. E in effetti, durante le elezioni della scorsa domenica, è stato ampiamente dimostrato, giacché il 62,4% degli aventi diritto al voto si è presentato alle urne, incurante delle minacce del gruppo estremista.

Nonostante i mortai colpissero alla cieca un po’ dovunque nella città, la popolazione non ha smesso di recarsi alle urne, esprimendo la volontà degli iracheni di mettersi sul cammino verso la riconciliazione nazionale e il definitivo ritiro delle forze Usa.

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