Aborto, al via il referendum abrogativo in Uruguay

Il parlamento uruguaiano aveva approvato la legge sull'aborto a ottobre

Montevideo – A soli cinque mesi dal voto del Senato che, con una pur ristretta maggioranza (17 favorevoli, 14 contrari), aveva approvato una pur timida legge per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza, l’Uruguay si appresta a recarsi alle urne per abolire questa legge, dopo che oltre 68mila cittadini hanno presentato le proprie firme alla Corte Elettorale per indire un referendum abrogativo.

Lo scorso ottobre, la maggioranza parlamentare del Fronte Ampio, una grande coalizione di stampo cristiano-socialista – come ve ne sono in molti paesi del centro e Sudamerica – che può contare su 50 di 99 seggi alla Camera e sedici di trenta al Senato, aveva reso l’Uruguay il terzo paese dell’America meridionale a prevedere l’aborto (insieme a Cuba e il solo distretto federale di Città del Messico), attraverso alcune restrizioni molto forti, nulla a che vedere con le leggi dei paesi occidentali.

Le donne che, ritenendo di non poter più proseguire la gravidanza, decidessero di abortire, devono infatti presentarsi davanti a una speciale commissione presso il Tribunale locale dove i giudici, coadiuvati da psicologici, medici ginecologici e assistenti sociali, le interrogano sulle ragioni dell’aborto – non c’è dunque una pregiudiziale per accedere al trattamento sanitario – e attendere il verdetto che viene pronunciato generalmente entro una settimana. Se la decisione è favorevole alla donna, e se non sono trascorse dodici settimane dal concepimento (termine massimo entro il quale non è ammesso), i medici sono autorizzati a praticare l’aborto, in strutture sanitarie che, tuttavia, sono piuttosto scarse e dunque a rischio.

La situazione sociale uruguaiana è complessa, legata a storiche fluttuazioni dell’economia che, seppur tra alti e bassi, hanno impedito uno sviluppo sul lungo periodo del paese. In questo quadro, il governo di centrosinistra guidato dal presidente José Mujica (un uomo che ha rinunciato a gran parte del suo stipendio per aiutare le famiglie disagiate) ha avviato una serie di riforme su larga scala, tra le quali si è appunto aggiunta quella sull’aborto, per rendere l’Uruguay una nazione moderna ed efficiente.

Ci si chiede, quindi, se i promotori del referendum siano legati da un’appartenenza religiosa (la percentuale di cattolici sul totale della popolazione è dell’83%) che ritiene ignominioso l’aborto o, per contro, se sia una manifestazione politica contro l’esecutivo Mujica.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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