25 aprile 1945-2010: sessantacinque anni di libertà

Dialogo aperto con il Presidente di uno dei luoghi italiani simbolo della Resistenza al Nazifascismo

di Laura Dabbene

Interno del Museo di via Tasso

ROMA – Sorto nella Capitale nei locali dell’ex comando di polizia e carcere nazista, dopo la sua istituzione giuridica nel 1957, il Museo Storico della Liberazione di via Tasso 145 è il fulcro di un sistema che da oltre 50 anni lavora per mantenere vivo il ricordo della lotta di migliaia di uomini e donne contro uno dei più cruenti regimi politici del Novecento, il Nazifascismo.

Wakeupnews ha voluto ricordare il 65° anniversario della Liberazione con un’intervista al Professor Antonio Parisella, Presidente del Museo di via Tasso, nonché docente universitario e studioso della Resistenza, autore tra gli altri di un saggio dal titolo splendido e significativo, Sopravvivere Liberi (Roma, Gangemi, 1998)


- Professore, che cos’è il Museo Storico della Liberazione e perché è necessario continui a vivere e lavorare?

«Vorrei prendere le parole di Moni Ovadia. Nel 1999, dopo che ci fu un attentato al museo, fu qui tra coloro che ci portarono la loro solidarietà. Pianse, dicendo di non aver mai visitato prima questo luogo, che definì uno dei grandi luoghi europei della memoria dell’oppressione nazifascista.

Ecco, questa è la ragione principale per cui esso deve essere mantenuto, evidenziato nella sua funzione di carcere, continuamente migliorato nel suo allestimento di luogo della testimonianza della lotta di Liberazione dell’intera città di Roma, non solo dei militari e dei resistenti partigiani.»


-Lo scorso
27 gennaio, Giornata della Memoria
, il museo è stato bersaglio di un atto antisemita. Quale è la sua opinione?

«Quello specifico atto porta quasi la firma. Tra le diverse frange dell’estremismo di destra a Roma ci sono certe scritte che sono riconoscibili. Lo stile, il linguaggio è ben riconoscibile. Così era stato in passato e così è per episodi che si sono verificati in diversi luoghi della città. Non è stata l’opera di alcuni scapestrati, ma un preciso atto politico da parte di chi si esprime in questo modo in certe circostanze, in altre rompendo le teste, in altre ancora mettendo le bombe.»

Scritte sui muri del Museo


– Ci auguriamo non si arrivi alle bombe.

«Speriamo anche che non si arrivi neppure a rompere le teste, come in alcuni casi proprio in questi giorni, anche mescolati ad eventi sportivi.»


-
Resistenza, Antifascismo, Liberazione. Nella bozza delle Indicazioni ministeriali nazionali per i programmi scolastici nei licei questi argomenti non sono esplicitamente menzionati. Il Ministero ha assicurato che ciò non è sinonimo di una loro cancellazione dai piani di studio. Che ne pensa?

«Questa espressione ministeriale può essere vista anche in un’altra dimensione. Io immagino che si sia voluto un po’ nascondere la Resistenza nelle intenzioni di chi ha stilato queste indicazioni, però questo fatto può essere l’occasione per fare bene il punto della situazione. La Seconda Guerra Mondiale non è lo scoppio di un conflitto fra potenze, ma lo specifico attacco della Germania nazista all’Europa e del regime giapponese all’Asia. Il Nazismo con la guerra voleva fare tabula rasa di quella che era l’Europa della Rivoluzione francese, della democrazia, dell’avvento della borghesia, del Socialismo. Per questo aveva ideato un sistema di dominio, con le gerarchie razziali tra i popoli, in netto contrasto con quella che era la direzione della storia europea, che andava appunto verso il Socialismo .

Riprendere l’idea della Seconda Guerra Mondiale in questo senso significa storicizzare tanti eventi e anche la Resistenza va messa dentro questa prospettiva, perché la resistenza dei popoli in Europa fu la lotta dell’Europa per mantenere se stessa.»


- Un nuovo modo di intendere questo momento storico, quindi?

«Sì. Anche la Shoah si capisce molto di più all’interno di questa prospettiva. Tutto dipende dall’uso che di essa si fa nelle scuole da parte degli insegnanti e da parte di chi forma gli insegnanti. Questo è uno dei nostri compiti: non solo portano i ragazzi in visita al museo, ma noi stessi organizziamo corsi di formazione per i docenti. Ciò che bisogna fare è porre storicamente in maniera corretta il problema della guerra, il problema della Resistenza e il problema dello sterminio.

Questo è il punto di approdo di oltre vent’anni di attività degli Istituti storici della Resistenza coordinati dall’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione. Nel 1995 il congresso nazionale di Storia della Resistenza si intitolava “L’Italia nella Seconda Guerra Mondiale e nella guerra di Liberazione”, evidenziando quindi il legame che c’è tra tutta l’esperienza della guerra e la vicenda resistenziale, che va letta come una reazione all’attacco portato alla civiltà europea. Le lettere dei condannati a morte della Resistenza sono la più alta e bella testimonianza delle motivazioni che sostenevano tale reazione.»

I numeri della guerra di Liberazione


- Come docente quale conoscenza e quale sentimento coglie negli studenti verso la Resistenza e il movimento di Liberazione?

«Negli ultimi tempi colgo un atteggiamento che sembra andare controcorrente. Sono stato di fatto costretto a ripetere il mio corso sulla Resistenza. Avevo pensato di cambiare, di occuparmi d’altro, ma ho dovuto riproporre il tema resistenziale nella parte monografica del mio insegnamento. Io lo attribuisco ad un fatto. Bisogna cercare di parlare diversamente da come si è parlato finora, da come si trattava quest’argomento dieci anni fa, evidenziando che si trattò di una reazione di popoli, di uomini, di donne, di esseri in carne ed ossa. Di una reazione di idee e di sentimenti, fatta di esperienze pratiche e forme di solidarietà».


- I ragazzi quali aspetti desiderano approfondire?

«Vogliono capire come in un regime fortemente oppressivo potesse non venire mai meno la speranza, come il lager potesse essere il luogo d’incontro di diversi pezzi d’Europa. Come un musicista che stava in una baracca, ascoltando i canti dei soldati sovietici nella baracca accanto, potesse poi trasformali in Lagerlieder. Questa è la dimensione che agli studenti interessa, non le sottigliezze della ricostruzione politico-diplomatica della guerra, ma quella umana e sociale delle popolazioni e le radici del loro reagire ad un tragedia comune, che colpì l’Europa, come l’Asia.»


Ringraziando a nome di tutta la redazione di Wakeupnews il Professor Antonio Parisella
per la sua preziosa testimonianza e per l’ospitalità offertaci nella sede di via Tasso, ricordiamo il sito internet del museo http://www.viatasso.eu/ o www.museoliberazione.it, estendendo a tutti l’invito per una visita, obbligo morale verso coloro che qui sono transitati, talvolta senza più uscirne, per permetterci ancora oggi di “SOPRAVVIVERE LIBERI”.

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