13 Assassini – La recensione in anteprima

Con certe culture è impossibile empatizzare a fondo. Troppo distanti nel tempo e nello spazio, profondamente diverse nello stile di vita e nella maniera di porsi rispetto al mondo. Una di queste è il Giappone dei samurai: territorio fantastorico a lungo narrato da cantori d’eccezione, forte di una ricchissima tradizione, eppure oggi ricorrente al cinema di rado per avventure intente ad esaltare la rinomata estetica orientale. Il raffronto con il passato porta una constatazione inevitabile: s’è persa traccia del profumo antico emanato da certe gloriose pellicole del Sol Levante.

A restituire al cosiddetto genere jidai jeki la sua originaria ampiezza di respiro provvede nientemeno che Takashi Miike, emblema di poliedricità e stravaganza autoriale. Nell’incessante operato che ne caratterizza la carriera, il regista nipponico trova spazio per un progetto che non si rivela positivamente anomalo soltanto per quanto concerne la propria filmografia, ma guadagna un posto di rilievo nell’intero panorama asiatico contemporaneo.

Al samurai Shinzaemon Shimada viene chiesto di assassinare il padrone dei feudi, Naritsugu, tiranno deciso a mantenere il proprio potere con la violenza. Indignato dalla dittatura, Shinzaemon accetta l’incarico e assolda un manipolo di esperti combattenti con cui perseguire la missione. Nel momento dello scontro con l’esercito del sovrano i 13 samurai affronteranno avversari in superiorità numerica devastante. La lotta dell’audace plotone avrà dunque come principale avversario un destino già segnato nelle cifre: solo il sangue potrà riscriverlo.

13 Assassins restituisce la magnificenza orientale sotto forma di poema epico contemporaneo: inchiostro fresco su carta antica, suggestiva sintesi espressiva con cui l’autore armonizza il proprio stile alla tradizione del genere di riferimento. Scontato citare Kurosawa, ma sui volti dei protagonisti sembra balenare il ghigno di Toshiro Mifune scena dopo scena. La regia onora la cultura dell’epoca Shogun curando le rifiniture della veste storica e rispettando l’aderenza al reale fino al momento della battaglia; con essa scatta il temuto e desiderato via libera agli sfoghi grottesco-sanguinolenti tipici del cineasta, ma inaspettatamente i duelli non divengono teatro di eccessi surreali: i toni restano circoscritti al contesto spettacolare, con l’eccezione di qualche azzeccata parentesi stravagante.

Fendenti di katana scandiscono un montaggio d’impressionante fluidità, e al piacere del ritmo si accompagna un aspetto ancor più mirabile: la scelta di non trascurare i personaggi per gonfiare a dismisura le proporzioni dell’impresa. A Miike sono sufficienti precisi attimi chiave per svelare a turno ogni singola anima; ne deriva una rassegna umana che si contrappone al contesto d’epoca, risaltando il ruolo che l’uomo ricopre sempre nei confronti del proprio tempo: quello di artefice. Un’ovvietà troppo spesso dimenticata, consapevolezza più saggia di qualsiasi lezione morale.

Opera preziosissima – remake di Jûsan-nin no shikaku di Eichi Kudo, datato 1963 – stracolma di omaggi ed echi prettamente cinematografici, ma soprattutto capace di far rifiorire nel giusto clima la purezza del mito samurai, volere incontaminato da qualunque fine secondario. Un piccolo miracolo che non riavverrà tanto presto.

Mathias Falcone

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