“Io non sono Giuseppe Verdi”: intervista al cantante Andrea Giops

Milano- “Sono Giops: fate di me quello che volete, ma fatemi fare quello che voglio”: così parlava qualche anno fa Andrea Gioacchini, in arte Andrea Giops. Ora, lo troviamo in uscita col suo nuovo album, “Io non sono Giusepppe Verdi”, fresca produzione della Nuvole Production, etichetta voluta da Fabrizio De André e diretta da Dori Ghezzi. Per la prima volta, dopo numerose pubblicazioni dedicate al grande De André, la Nuvole Production  ha scelto di credere in un artista lontano dal mondo del cantautore genovese e di produrlo, avvalendosi di un team di professionisti, di cui fa parte anche Luvi De André.

Lui, Andrea Giops, ha creato la sua prima band a 20 anni, ricevendo apprezzamenti anche dal famoso chitarrista di Bob Marley, Junior Marvin, per poi entrare ad X-Factor nella scuderia di Morgan, nel 2009. L’anno successivo, lo troviamo tra i vincitori di SanremoLAB, mentre, nel 2010, riceve una medaglia dal Presidente della Repubblica come riconoscimento per il suo impegno civile, grazie al progetto Ostinati e Contrari, spettacolo teatrale-musicale, organizzato dalla Onlus La Stravaganza. Lavoro che, neanche a farlo apposta, si basa sulla poetica di Fabrizio De Andrè: caso, coincidenza, destino?

Un cerchio che si chiude, da un lato, e una porta che si apre, dall’altro: di tutto questo, e molto altro ancora, ne abbiamo parlato con l’artista che, con grande disponibilità e gentilezza, ci ha ricevuti per un’intervista faccia a faccia.

Partiamo subito dal disco: “Io non sono Giuseppe Verdi”. Perché questo titolo?
Innanzitutto perché, effettivamente, non credo di essere un Giuseppe Verdi. Premessa: lo studio e la preparazione nella musica sono fondamentali e io non ho avuto l’opportunità di studiare, per diversi motivi. Però, credo che chiunque senta la necessità, la voglia, l’urgenza o il sogno di esprimersi attraverso la musica abbia il diritto di farlo e io mi ritengo facente parte di questa categoria: non ho avuto la possibilità di studiare musica, ma ho voglia di crescere.
Giuseppe Verdi è il più grande compositore italiano ed è stato anche il primo a creare una hit “pop”: fino ad allora, infatti, l’opera era un’attività per pochi, gli aristocratici, mentre Verdi, quando fece il Nabucco e compose il Va, pensiero, diede il via alla prima canzone popolare, dato che tutti iniziarono a cantarla anche per strada.

L’album si apre con la canzone “Mai più”. Nella scheda-disco, dichiari che “questa canzone rappresenta più di tutte quello che sono in questo momento”: parliamone.
Ad un certo punto della mia vita, verso i 30 anni, mi sono trovato a dover prendere una decisione: mio padre e mio fratello sono ingegneri ed io lavoravo come impiegato nell’azienda di famiglia, ma a me non era mai passato per la testa di fare quel lavoro. Avrei potuto avere un futuro assicurato, con la macchina della ditta e un posto fisso: una vita prestabilita, che non mi avrebbe dato problemi, però, non sono riuscito a rinnegare quella voglia di far musica, che ti prende da dentro. Così ho tentato; mi sono chiesto: “Che faccio con questo conflitto interiore che mi porto dentro? Vado avanti per una strada comoda, prefissata, oppure rischio e seguo i miei sogni, quello che sento per davvero?”. Ogni persona porta un sogno dentro di sé; a volte, può essere difficile identificarlo.
Il titolo fa riferimento ad un “Mai più” una vita prestabilita. Per anni, ho visto amici seguire una strada già prefissata, sentendomi spesso dire “Vuoi far musica? Allora sei un perdigiorno”, perché sì, in Italia, c’è un po’ questa mentalità: la musica viene considerata un hobby. Ma io non voglio avere rimpianti: mi sono buttato ed ho rischiato. Di questo parla appunto il pezzo, che ho composto musicalmente, mentre il testo è stato scritto da Niccolò Agliardi, grande amico, che mi ha aiutato a trasformare in rime le mie emozioni.

A quale canzone del disco sei più affezionato?
Mi è piaciuto molto interpretare “Genet” e “Svegliati”. Sono dei brani molto romantici ed io non mi ero mai avvicinato a questo tipo di musica, forse perché di carattere tendo a non parlarne: ho quel lato, ma tendo a non esprimerlo sul palco; sono più istrionico. Invece, quando mi sono messo in gioco con queste canzoni, è stato molto stimolante: un esperimento ben riuscito e un percorso da continuare.

Unica cover è “Svegliati”: che sensazione hai provato reinterpretando una canzone di Donatella Rettore?
E’ stato bellissimo: ti dirò, non è stata una mia idea, ma di Luvi De Andrè. Mancava ancora qualcosa al disco e lei, produttrice artistica dell’album, mi ha proposto questo brano: io mi sono subito immaginato un pezzo malizioso, dici Rettore e ti aspetti “Il cobra non è un serpente”,  invece qui c’è il lato romantico di Donatella, che è autrice del testo, oltre che interprete del brano.
E’ stato bello interpretare “Svegliati”, anche perché è un pezzo non troppo inflazionato, ma che merita attenzione: piuttosto che fare la solita cover conosciuta, abbiamo fatto qualcosa di più stimolante.

A chi ti sei ispirato (se ti sei ispirato a qualcuno) per comporre questo disco?
I brani di questo album sono stati composti, per lo più, da altri autori: io ho lavorato alla produzione artistica, oltre che ad alcuni testi: non ci siamo ispirati a qualcuno in particolare, abbiamo semplicemente seguito quello che ci andava di fare, senza pensare a “quello che va di moda”. Tanti miei colleghi, magari, seguono la moda della musica elettronica: noi abbiamo deciso di seguire i nostri gusti ed io ho cercato di interpretare al meglio i brani, mettendo la mia anima in ognuno di loro.
Piccola parentesi: prima di X Factor, avevo sempre snobbato la musica in italiano (e faccio un mea culpa per questo). Poi mi sono avvicinato ai nostri cantautori, come Lucio Dalla, Rino Gaetano, Bruno Lauzi, Renato Zero e le canzoni di questo disco sono, infatti, tutte in italiano.
Abbiamo curato molto questo disco, lavorando per due anni su ogni dettaglio: Dori Ghezzi non si accontenta facilmente. E’ una persona molto entusiasta, con cui si è subito creata affinità: con lei e Luvi, abbiamo lavorato senza nessuna imposizione, seguendo solo i nostri gusti.

Rimanendo in tema, Dori Ghezzi parla di te dicendo: “Mi è piaciuto molto per il suo entusiasmo e perché sa cosa vuole”: che cosa vuole, quindi, Giops?
Voglio fare musica, voglio fare delle belle canzoni. Non mi aspetto nulla, ma spero che questo non sia il mio unico disco, altrimenti significa che sono già finito (ndr: sorride). Spero che tutto questo continui, anche se la musica è un settore in crisi, come il resto.
Tutti hanno difficoltà a perseguire i propri sogni: la nostra generazione, ti parlo dei trentenni e dei ventenni d’oggi, ha bisogno di persone più grandi, in grado di dare possibilità che altrimenti non potremmo ottenere da soli. Mio padre è un uomo che si è fatto da solo, si è laureato e ha trovato subito lavoro; oggi, invece, per esempio, un mio amico ingegnere che si è laureato a pieni voti non riesce a trovar lavoro. Abbiamo bisogno che ci siano persone come Dori, in grado di aiutare i giovani ad emergere: persone che hanno possibilità e possono darle ai giovani, visto che da soli, o non le abbiamo o, se le abbiamo, sono limitate.

Da che cosa dipende il successo di un cantante?
Innanzitutto, bisogna fare una bella canzone: melodia bella, arrangiamento bello, testo bello. Poi, bisogna saperla interpretare: trasmettere il pezzo, con tutte le sue qualità. Ognuno, nella sua musica, ha il suo compito: ci sono persone che sanno cantare bene, come ci sono persone che sanno scrivere bene. In Italia, ci sono un sacco di persone che sanno cantare bene, anche meglio di me: a mio parere, però, tutto sta nel creare un team vincente, che funzioni. Io, da solo, non avrei mai potuto fare nulla.  

In Italia, esiste la meritocrazia?
Secondo me esiste, ma, come ti dicevo, non ci sono possibilità: i talenti sono presenti, ma fanno fatica ad emergere. Non so dirti di chi sia la colpa, ma vedo scarso interesse anche da parte delle persone, del pubblico. Prendi i discografici: spesso vengono criticati, ma in realtà sono vittime dell’era digitale, ovvero del fatto che non si venda più il supporto fisico del disco. Mancando questo, non ci sono più quegli introiti che, un tempo, le case discografiche usavano per investire su altri giovani talenti. Ai tempi si credeva nell’artista e lo si faceva crescere: adesso, invece, o funzioni alla prima, o te ne torni a casa.
Non c’è la possibilità di crescere in Italia: siamo fermi, non andiamo avanti. Non so dirti precisamente perché e non voglio incolpare nessuno: credo soltanto che si debba fare qualcosa.
Da parte delle persone, per esempio, ci dovrebbe essere un po’ più di attenzione verso le diverse realtà musicali, come la musica acustica. Invece oggi la gente non ha più voglia, non ha più entusiasmo, né tempo da dedicare ai propri hobby e alle proprie passioni: la mia non è una critica, però, anche perché io stesso, quando lavoravo in ditta, la sera uscivo con gli amici o mi vedevo un film, dopo il lavoro.

Che consigli puoi dare ai giovanissimi che si avvicinano alla musica?
Non smettete mai di credere nei vostri sogni e, se volete far musica, concentratevi sulla cosa fondamentale per farla: le canzoni. Oltre a questo, trovate un buon team: cercate collaborazioni, perché anche la collaborazione può esser molto utile e stimolante (Fabrizio De Andrè era un maestro in questo: lui ha sempre collaborato con altri artisti). Oggi, invece, molti credono che si faccia tutto in solitaria, coi talent, per esempio: se ci pensi, però, dai talent quanti ne sono usciti e quanti effettivamente hanno avuto successo? Pochi, ovvero quelli che hanno avuto un team valido e vincente alle loro spalle: non fissatevi, ma imparate dagli altri, sempre e comunque.

 Nadia Galliano

Foto: Leonardo Breccola

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