“Elephant story”:la povertà disumana dello Zimbabwe in fotografia

Il realismo spiazzante della foto di David Chancellor, uno dei vincitori del Word Press Photo 2010, testimonia il modo in cui sopravvivono quotidianamente 12 milioni di persone nello Zimbabwe

di Silvia Nosenzo

bZimbabwe - “Elephant Story”: è il titolo del servizio fotografico che ha vinto uno dei Word Press Photo 2010, ma anche il simbolo della disperazione di una nazione.

Setting: il Gonarezhou National Park, la seconda riserva naturale dello Zimbabwe, dove il fotografo David Chancellor si trovava per fotografare gli elefanti nel loro habitat naturale, imbattendosi in un elefante morto nella savana.

“Poco dopo l’alba, un abitante della zona ha visto la carcassa dell’elefante mentre passava in bicicletta – ha raccontato al Daily Mail -. Sembrava in mezzo al nulla, ma in appena un quarto d’ora sono arrivati centinaia di disperati da ogni direzione: le donne hanno formato un cerchio attorno all’animale e gli uomini stavano all’interno e ho visto gente litigare e accoltellarsi a vicenda, pur di accaparrarsi più carne possibile per la famiglia. Carne che è stata poi portata a casa per essere lavata, essiccata e, quindi, messa da parte, ma c’è anche chi l’ha mangiata lì, al momento. E nei villaggi circostanti hanno fatto poi festa per due giorni, per celebrare la fortuna che era loro capitata”.

Una scena macabra, quasi primitiva e selvaggia, che rivela la disumana condizione in cui sopravvive un Paese con oltre 12 milioni di abitanti: lo Zimbabwe.

Qui, circa un quarto della popolazione, compresa tra i 15 e i 49 anni, è affetta dal virus dell’Aids, e ci sono 57000 casi di colera che ha già mietuto 31000 vittime. Circa 5 milioni di persone non dispongono della razione minima di cibo giornaliera e dipendono dagli aiuti alimentari, come dicono le Nazioni Unite. Un destino ironico per un Paese che fino al 2000 era uno dei maggiori produttori mondiali di mais. Con l’attuazione dei piani di adeguamento strutturale imposti dalla Banca mondiale, che ha costretto il governo dello Zimbabwe a vendere le sue scorte di mais per ottenere un profitto tale da pagare il debito al Fondo monetario internazionale, lo Zimbabwe è diventato un netto importatore di mais per nutrire la sua indigente popolazione. Da allora, i rapporti dell’Oecd (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) e della Banca per lo sviluppo africano, stimano che l’inflazione abbia superato quella di tutte le altre nazioni del mondo: più di 231 milioni per cento. Lo Zimbawe, inoltre, ha il più basso Pil al mondo, ancora dopo i Territori occupati. Più dell’85% della popolazione è disoccupata, e soltanto 480 mila persone, su una popolazione complessiva di 12 milioni di abitanti, avrebbero un lavoro pagato; il 90% delle persone, addirittura, vivono con meno di 1$ al giorno, e oltre due milioni di persone, circa un abitante su 4, muoiono di fame. Già a fine gennaio, il Pam è stato costretto a razionare gli aiuti per poter sfamare tutta la popolazione bisognosa: così, ogni famiglia ha iniziato a ricevere solo 5 chili di cereali al mese, rispetto ai dieci ottenuti fino a dicembre scorso e ai 12 distribuiti nel 2008.

In queste condizioni di precarietà alimentare, e a fronte di una popolazione minacciata quotidianamente da gravi malattie endemiche, l’aspettativa di vita media per le donne non supera i 32 anni, mentre quella degli uomini i 34.

Per altro, lo Zimbabwe è soggetto a pesanti sanzioni da parte dell’Occidente, imposte dopo che il ballottaggio per le elezioni presidenziali del 2002 si è svolto senza il leader dell’opposizione Morgan Tsvangirai, ritiratosi a causa delle continue intimidazioni. Tali sanzioni, impedendo la maggior parte degli scambi con l’estero, non fanno altro che aggravare sempre più la crisi economica del Paese, tanto che durante l’ultimo vertice Fao, il presidente dello Zimbabwe, Robert Mugabe, ha lanciato un appello “ai Paesi occidentali a togliere le sanzioni illegali ed inumane imposte al suo Paese”.

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