“È stato il figlio” e “Gli equilibristi”: miserie a confronto

Venezia è per eccellenza un terreno fertile di idee, a patto di scegliere saggiamente di mettere al bando moda, sfarzo e futile vanità da celebre divismo più o meno meritato. Il red carper lagunare, infatti, anche quest’anno ha lasciato emergere, da un marasma sobriamente inconsistente fatto di produzioni nazionali francamente più che evitabili, diversi e non pochi prodotti nostrani degni di considerazione prossima all’analitico.

Da una parte, in solitaria e, ultimamente, anche discutibile affermazione autoriale forse pretestuosa e di certo espressivamente troppo saccente in termini non tanto di linguaggio cinematografico quanto di affermazione di un “io” cosciente e convinto di eventuali doti profetico-dottrinali, Marco Bellocchio ha detto la sua su uno dei casi più scottanti degli ultimi decenni italioti, ovvero il concetto di eutanasia applicato al caso Eluana Englaro, espresso in maniera marginale dal suo Bella addormentata, a fare, insomma, da contorno a diverse vicende (per così dire) tutte italiane. In molti vedono, ormai, in lui un astro in decadimento almeno a partire da Buongiorno, notte (forse con esso compreso), stando alle fenomenali espressioni lirico-visivo-evocative di un esordio tra i più memorabili della storia del cinema italiano quale I pugni in tasca (si era nel lontano 1965). Per contro, però, sono emerse dalla kermesse veneta almeno due personalità apparentemente differenti e, tra di esse, distaccate seppur estremamente legate al fattore cinematografico come espressione di qualcosa che non sempre (spesso mai) risulta dicibile con la sola (seppur devastante) potenza delle parole.

Da un lato, Daniele Ciprì è praticamente un più che veterano di una vera e propria diffamazione per immagini di ciò che l’Italia e l’italiano tende a nascondere d’istinto, in maniera tanto rapace da fare in modo di non lasciar trasparire all’occhio pubblico nemmeno l’ombra di ciò che, per contro, non potrebbe rappresentare meglio le reali condizioni di una serie di stati d’animo effettivi e purtroppo padroni delle (in)coscienze nazionali. I celebri corti in bianco e nero di Cinico Tv (in coppia con Franco Maresco) ne sono un esempio estremamente valido, così come ancora più dissacrante ma, al tempo stesso, necessariamente coscienzioso era la blasfemia estrema di Totò che visse due volte (1998). Sull’altra sponda, non troppo distante, si colloca invece Ivano De Matteo, attore professionista e regista più o meno esordiente non in senso cronologicamente burocratico quanto in termini di possibilità di arrivare al grande pubblico in maniera ben più diretta, sia in termini di produzione, sia (soprattutto) in senso concettuale. Ciò che accomuna le vicende espresse dalle due narrazioni, stilisticamente molto differenti ma, nel complesso, univocamente direzionate verso fini comuni, è la scelta, ancora una volta, di trattare in maniera approfondita (De Matteo) o ripudiante (Ciprì) il medesimo epocale dilemma: la miseria, intesa sia in termini economici che magistralmente per vie interiormente appartenenti, per natura, ad una popolazione dedita (sembrerebbe) ad una sorta di vero e proprio schifo e rigetto intergenerazionale.

De Matteo racconta, con un’innocenza che, per contro, Ciprì da sempre rifiuta, la storia di un padre (Valerio Mastandrea alla sua, forse, migliore interpretazione) reo confesso di un fugace e sciocco tradimento nei confronti della moglie (Barbora Bobulova) e tristemente deciso, per preservare un certo equilibrio morale della consorte, a lasciare casa e figli per affrontare il consensuale divorzio. La situazione, però, inconsapevolmente gli sfuggirà di mano imbottendolo di pagamenti e condizioni molto sgradevoli che lo costringeranno ad un puro inaridimento sia economico che (più di tutto) moralmente personale, tanto da spingerlo ad una graduale ed irreversibile deriva. Ciprì, invece, (traendo spunto dall’omonimo libro di Roberto Alajmo quasi ad estremizzarlo) sbatte letteralmente agli occhi degli spettatori una serie di personaggi, anzi persone, letteralmente sgradevoli eppure mai così vicine al reale stato delle cose: un uomo (l’Alfredo Castro di Tony Manero), seduto in un ufficio postale, comincia a raccontare storie, tra le quali quella realmente accaduta a Nicola Ciraulo (un Toni Servillo perfetto anche in dialetto siciliano) e alla sua famiglia, in lutto per la morte violenta della figlioletta Serenella eppure unicamente intenzionata, in fasi successive, alla riscossione di un foltissimo risarcimento statale per crimini di mafia, dalla cui consistenza ed utilità deriverà il definitivo punto di non ritorno.

Da una parte (De Matteo) la metropoli, Roma, capitale incattivita e ormai persa negli insiemi anti-emozionali autogenerati per un’Italia non più (forse mai realmente) italiana non in termini di integrazione, bensì in senso di reciproca comprensione e vicendevole aiuto connazionale verificatosi, probabilmente, in una lunga e travagliata storia sociale, solo in epoca migrante. Dall’altra (Ciprì), una provincia che non differisce molto dal grande centro se si considera lo squallore interpersonale che regna sovrano in comportamenti, non-scelte, (dis)orientamenti verso non-direzioni unicamente votate ad un eventuale prestigio mal costruito e (forse non troppo inconsapevolmente) mal gestito.

Entrambe le pellicole fanno della recitazione, più che dell’evocazione narrativa, il loro principale punto di forza. La potenziale motivazione, forse, sta nell’aver considerato di aver scelto di passare in rassegna situazioni comunque ben conosciute dalla media (in)civile ricoprente il territorio nazionale, focalizzando, dunque, le intenzioni concettuali verso un approfondimento psicologico tanto impossibile (la negazione di un ritorno ad una qualsiasi sanità civile riguardo la famiglia Ciraulo, ormai troppo radicata e simbioticamente attiva al fianco di un primitivismo tutto arcaico e tutt’altro che direzionabile su una qualsivoglia strada maestra; seppur pasolinianamente ciò non sia né possibile né, più che altro, lecito, anche se in questa sede stiamo parlando di esseri inumani, corpi senza idea di anima, ruoli a-sociali più vicini al menefreghismo improduttivo prossimo a quel capolavoro di realismo suburbano che fu Brutti sporchi e cattivi di Ettore Scola), quanto necessario per tentare di approcciare, qualora lo si voglia davvero, dinamiche affatto semplici da metabolizzare se non vissute sulla propria pelle (la sostanziale innocenza del Giulio di Mastandrea, unicamente colpevole dell’aver creduto di essere un figlio della sua terra, della sua società, della sua vigliacca epoca, del suo stesso modo di essere o tentare di essere).

Entrambe le pellicole, hanno, dunque, come comune denominatore il loro fine ultimo: l’indiretta descrizione (sia essa ambientata nella decade dei ’70 che ai giorni nostri) della miseria morale ed intellettuale che genera veri e propri mostri di non-vita, spesso anche da essi generata.

Stefano Gallone

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