“Da parte di Padre”: epica ed epopea di una famiglia di Subiaco

La copertina del libro

È sufficiente qualche capitolo per comprendere che quel Padre, indicato con la lettera maiuscola nel titolo, non è affatto un errore, né una licenza poetica, ma l’unica soluzione possibile (e ottimale) per comunicare immediatamente al lettore che il centro narrativo del libro è la vicenda sì di una famiglia, ma essenzialmente patriarcale. La figura del genitore di sesso maschile è fulcro attorno a cui ruotano tutti gli altri protagonisti, attori ora principali ora secondari e marginali di una storia che è prima di tutto quella del minatore Benedetto Proietti Mancini, indicato di preferenza, per distinguerlo dal figlio anch’egli battezzato Benedetto, col vezzeggiativo con cui dolcemente lo chiama la moglie Antonia, Bittuccio, oppure col soprannome Zocchio, affibbiatogli dagli uomini del paese per la sua ruvidezza e spavalderia.

Due capitoli servono quale preambolo, il primo per evocare le antiche origini della famiglia Proietti Mancini partendo da Simone, lasciato in fasce sulla soglia di un convento nell’anno 1752, abbandonato alla stregua di un orfanello, ma forse di natali nobili –  discendente addirittura di Lucrezia Borgia, il secondo per suggestione di tragici fatti realmente accaduti il 13 gennaio 1915.

È proprio quello il giorno in cui tutto ha realmente inizio, in cui tra le mura di una piccola casa di Subiaco scosse dal terremoto, viene alla luce Benedetto Proietti Mancini, di Bittuccio e Antonia Proietti Trombetta. Una parte del cognome dei due giovani sposi è comune, perché nel paese Proietti è «il nome dei bastardi», dei trovatelli, che si portano dietro quel marchio anche quando la pietà di qualche famiglia fa sì che i bambini vengano presi in adozione: così si è diffuso a macchia d’olio, legando tra loro la maggior parte degli abitanti della comunità.

A quel 13 gennaio 1915 seguono i primi diciotto anni di vita di questo bimbo nato durante il sisma, biondo e dalla pelle chiara presa la madre, narrati dall’autore, Marco Proietti Mancini, con uno spirito e un’attenzione ai dettagli che solo un membro di quella stessa famiglia avrebbe potuto avere.  Si può dire che attraverso questo romanzo la città di Subiaco, con le sue montagne da cui, con rischio e fatica, Bittuccio riesce a ricavare blocchi e lastre di marmo da lavorare e la pura limpidezza dell’Aniene, dove il piccolo Benedetto fa il bagno con gli amici, abbia un proprio Novecento in versione letteraria e – senza voler sminuire l’autore – in miniatura: come Bertolucci nella sua pellicola, anche Marco Proietti Mancini riesce a fare della storia di una famiglia, una storia universale, simbolo di quella di tanti individui, accomunati dalla semplicità di una vita senza lusso, ma nobilitata dalla dignità del lavoro, dall’amore coniugale e dal rispetto reciproco, dall’amicizia fraterna tra individui, dalla capacità di scegliere senza essere condizionati dalla massa.

Un'immagine della Subiaco di inizio '900, la città di Bittuccio Proietti Mancini

Così è l’esistenza di Bittuccio, rispettato e ben voluto dall’ingegner Mangiapane per cui lavora o dal Maresciallo Capponi, quanto disprezzato dai fascisti locali. Ma la sua nobiltà e grandezza stanno nell’affetto incondizionato in cui, senza orpelli o eclatanti manifestazioni esteriori, cresce il figlio primogenito, quello che porta il suo stesso nome, per il quale desidera un’esistenza diversa, fatta di opportunità che lui non ha potuto avere, di libertà di pensiero che nella ristretta realtà sublacense gli sarebbe pregiudicata, di crescita intellettuale e sociale che solo l’istruzione prima e il trasferimento in una grande città poi, possono assicurargli. Il ragazzo vede così in due occasioni sconvolta la propria vita: a sette anni, quando cessano i giochi e le scorribande con gli amici per frequentare la scuola del maestro Gerlonzi e a tredici anni, nel momento del trasferimento a Roma per imparare un mestiere presso il laboratorio di lavorazione del marmo dell’ingegner Criscuolo. Vale la lettura del libro il capitolo dedicato al primo viaggio di Benedetto da Subiaco a Roma, un tragitto di otto ore su un carro trainato da un cavallo, in cui la curiosità e l’intelligenza di un ragazzino ansioso di scoprire e conoscere il mondo che fino a quel momento ha studiato a scuola, si trasformano nella meraviglia e nello stupore di vedere il paesaggio rurale e familiare del paese natale mutare e gradualmente trasformarsi nelle mura e negli edifici di una città che non ha eguali al mondo, capace di affascinare e stregare a prima vista.

Quello di ammaliare con le sue bellezze e la sua grandezza sarà soltanto uno dei poteri che l’Urbe avrà su Benedetto: nella Città eterna egli da fanciullo diventerà adolescente e poi uomo, così come da garzone di bottega passerà ad apprendista e poi maestro scalpellino. Tra le case del quartiere di San Lorenzo si chiude il romanzo, ma senza che si possa scrivere la parola fine, perché qui l’autore fa assistere il lettore non ad un epilogo, ma ad un prologo e ad un inizio significativo e cruciale, che salda le ultime pagine del libro con le prime, chiudendo il cerchio e lasciando intuire che sta per iniziare per i Proietti Mancini un nuovo ciclo generazionale.

Perché è così importante il primo incontro tra Benedetto ed Elena Quattrini? È sufficiente un po’ d’intuito per chiunque non si sia lasciato sfuggire la dedica in epigrafe: «Per mio Padre, Benedetto. Per mia Madre, Elena».

Laura Dabbene

Da parte di Padre, di Marco Proietti Mancini

Roma, Albatros-Il filo, 2010 («Chronos. Nuove voci»)

Per informazioni e per acquistare il libro cliccare qui

FOTO via/ http://www.wakeupnews.eu; http://www.giorgiozanetti.ca

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