«Senza Spazio né Tempo». Suoni e luci di Angelina Yershova

Un’ora di sonorità ed effetti luminosi per un viaggio verso l’Infinito

di Laura Dabbene*

Interno della cupola del Planetario di Roma

ROMA –  «Se fossi vento, volerei via. Se fossi pioggia, mi scioglierei nel mare. Ma io sono la luce, che vive senza spazio né tempo». Con queste parole, che invitano ad espandere lo sguardo oltre i limiti fisici e tangibili dell’Universo, ma suonano un po’ ingenue per chiunque conosca Cecco Angiolieri, si è aperto venerdì 27 agosto al Planetario di Roma il concerto di Angelina Yershova. La giovane musicista kazaka è, per la seconda volta, protagonista sotto la cupola di 14 metri di diametro del Planetario dell’Eur: dopo il suo Stellar Vibrations, in apertura del IV Festival delle Scienze nel gennaio 2009, l’artista torna ad esplorare le sensazioni che emanano dall’osservazione della profondità del Cosmo, trasponendole attraverso il mezzo midi in limpide sonorità da pianoforte acustico. Su questa struttura l’artista lavora e inserisce una linea vocale capace di riempire, senza essere invasiva, la partitura strumentale. Da ultima la componente elettronica, che entra nel processo creativo in punta di piedi, sapientemente dosata e mai in maniera gratuita, contribuendo ad esaltare le linee melodiche tessute da voce e tastiera.

Stellar Vibrations – concerto di Angelina Yershova il 15 gennaio 2009

Tutto ciò all’interno di uno spazio fisico che permette di moltiplicare le suggestioni di questo percorso verso l’Infinito grazie al fascinoso effetto delle proiezioni su uno schermo semisferico, dal cielo stellato in rotazione ai filmati realizzati da sonde spaziali che atterrano su pianeti remoti. Indispensabile porre l’accento su questo elemento perché, anche riconoscendo certi aspetti davvero innovativi e convincenti, privo di tale ausilio il concerto avrebbe certamente avuto un ridotto impatto emotivo.

Attraverso la regia astronomica di Stefano Giovanardi, in Destination Infinity si snoda un percorso di immagini e video scandito da otto diversi momenti, che, con relativo commento sonoro, diventano sintesi sensoriale della ricerca della mente umana nei misteri che avvolgono le galassie e l’Universo.

All’astrazione degli effetti visivi e luminosi generati dalle note ispirate dall’iniziale Cosmic Loops, si sostituiscono in Liquid Lights immagini e figure reali, ma come filtrate da un muro d’acqua che le rende evanescenti e sfumate: le vibrazioni del piano e della voce paiono mettere in movimento uno schermo di mercurio liquido che riflette, ma deforma e trasfigura il reale. Angelina Yershova orchestra continuamente questi elementi, reale ed astratto, sotto l’aspetto visivo e sonoro. A filmati di sapore documentaristico usciti dagli archivi della NASA (The Watch Tower, Primi passi su Titano) fanno da contraltare sequenze di giochi di luce e immagini che sono soprattutto pure pulsazioni e apparizioni (Rainy Sky, Gravity 0), bagliori che toccano le corde dell’emotività più che dalla comprensione razionale.

Angelina Yershova

Così è anche la musica della giovane artista kazaka, giocata tra la realtà di una precisa partitura per pianoforte, dove la melodia affidata allo strumento tradizionale è appena sostenuta dalle sonorità elettroniche, e fasi di assoluta scarnificazione delle note e dei suoni, in cui dominano effetti costruiti attraverso le onde e le frequenze sintetiche proprie di mezzi e software digitali. Questa componente risulta la più originale, senza dubbio la più vicina ad un immaginario “spaziale”, perché in grado di trasmettere quel senso di mistero e incertezza connesso al viaggio in mondi sconosciuti, molto oltre la dimensione finora esplorata dall’uomo. Quando alla presenza rassicurante e famigliare del piano si sostituiscono sibili, fruscii e singole frequenze create al computer, si ha la sensazione di lasciare ciò che si conosce ed incamminarsi davvero sui sentieri dell’Universo.

Quasi una ninna nanna, che si alza dal cerchio magico dei monoliti di Stonehenge, quella di Star Child, che prelude all’esplosione del finale Destination. Qui forse spicca ciò che, in altri momenti di questo concerto-spettacolo, era rimasto latente, una sorta di abusato repertorio di citazioni e suggestioni cui si sarebbe volentieri rinunciato, anche a costo di una maggiore cripticità, di una più difficile e meno immediata comprensione. All’interno di un percorso artistico di ricerca incentrato sui temi del Cosmo e dell’Infinito citare (almeno così apertamente) Stanley Kubrik e il suo 2001 Odissea nello spazio è come sparare sulla Croce Rossa, come accompagnare uno striptease con la voce di Joe Cocker che canta You Can Leave Your Hat On, come sentire We are the Champions durante una qualsiasi premiazione sportiva. Allo stesso modo discutibile, in chiusura, la scelta della nuvola di fumo e dei giochi di luce multicolor: dopo sessanta minuti di etereo viaggio, trasportati da note vicine alle sonorità nordiche, nonché ambient, la nebulosa artificiale vaporizzata nell’aria riportava troppo drasticamente con i piedi a terra, nel bel mezzo di una disco anni Ottanta.

* Con la collaborazione di Alessandro Sgarito per la consulenza e i commenti tecnici

FOTO via / http://www.myspace.com/angelinayershova; http://www.planetarioroma.it/

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews