Yemen, il “giorno della rabbia”

Sanaa - Oggi a Sanaa è il “giorno della rabbia”. Dopo trent’anni di potere assoluto del presidente Ali Abdullah Saleh, più di 20 mila cittadini yemeniti sono scesi in piazza per chiederne le dimissioni. Grazie all’esempio tunisino e a quello egiziano, la popolazione ha una nuova consapevolezza, non le basta più la promessa che Saleh lascerà la presidenza nel 2013 senza passare il potere al figlio, la gente vuole che il regime finisca subito.

Le proteste di oggi hanno registrato la più alta affluenza degli ultimi 15 giorni. Sono scesi in piazza sia i sostenitori di Saleh, che ritengono che il Presidente possa ancora garantire la sicurezza e la stabilità del regime, ma chiedono riforme politiche, sia gli oppositori. «La gente vuole cambiamenti al regime», hanno gridato i cortei che si sono snodati per le vie della capitale e fuori dall’Università di Sanaa. «No alla corruzione, no alla dittatura».

Il “giorno della rabbia” è stato organizzato da cittadini e leader dell’opposizione per denunciare la crescente povertà che serpeggia tra una popolazione sempre più giovane e frustrata, a cui manca qualsiasi libertà politica. Il tasso di disoccupazione del 40 per cento, l’aumento dei prezzi dei generi alimentari e l’allarme malnutrizione non sono più dati trascurabili: gli osservatori internazionali temono che lo Yemen possa diventare il paradiso di al-Qaeda, terreno fertile per il reclutamento di nuovi terroristi.

Ali Abdullah Saleh

Ma facciamo un passo indietro. Saleh ha preso il potere nel 1978, prima come Presidente dello Yemen del Nord, poi, con l’annessione del Sud nel 1990, è diventato Presidente della Repubblica Unita. Il suo partito, il General People’s Congress, detiene la maggioranza in Parlamento. Pur godendo di vasto consenso tra capi tribù, uomini d’affari e autorità religiose, dopo 30 anni di potere dilagano numerose accuse di corruzione contro Saleh, e il suo potere risulta ormai concentrato in seno al suo stesso clan di provenienza, gli Sanhan. Per di più, vaste aree del sud del Paese sono in aperta rivolta contro il regime, e al-Qaeda spadroneggia nella Penisola e nell’area controllata dai ribelli nel nord.

La base del potere di Saleh scricchiola. La struttura tribale che ha contribuito alla conservazione delle tradizioni, del lignaggio e dell’identità è ormai diventata un ostacolo per una vera unità nazionale e addirittura per la formazione di uno Stato moderno. Per troppo tempo gli interessi individuali delle tribù hanno avuto la precedenza sugli interessi comuni della popolazione, e le organizzazioni e il potere politico hanno usato le rivalità interne ai clan per evitare l’istituzione di uno Stato davvero moderno. Forse siamo al turning point. Non resta che attendere.

di Silvia Nosenzo

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